Dopo un inizio 2019 ruggente, a marzo l’export italiano ha frenato la sua crescita seguendo un trend generale che ha coinvolto tutta l’Europa e, allargando il campo di veduta, i mercati globali. A marzo 2019, le esportazioni dell’Italia verso i Paesi extra europei sono in flessione su base mensile dello 0,4% e su base annua del 2,7%, secondo gli ultimi dati Istat. Il primo trimestre registra invece una crescita dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, segno che è il Vecchio Continente a mantenere le statistiche su un crinale positivo.
E se nel lato della contrazione dei commerci sono sensibili i cali delle esportazioni verso mercati di peso come Stati Uniti (-11,1%) e Turchia (-15%) e ristagna il commercio con la Germania (-2,5%), l’Istat riporta invece come motore dell’incremento generale il commercio col Regno Unito, che segna +23% su base mensile.
Un aumento di circa un quarto del volume mensile di scambi tra due delle principali economie del pianeta non è un fatto ordinario: e come spiegazione principale della crescita degli ordinativi britannici verso il nostro Paese si può avanzare il fatto che il Regno Unito si stia preparando alla Brexit e alle sue conseguenze, prevedendo una fase di incertezza o di rallentamento dei flussi col continente, facendo scorte.
Il Regno Unito, del resto, era stata la Mecca degli esportatori italiani anche nel mese di febbraio, e conferma la sua leadership tra i mercati di destinazione anche in una fase di ristagno. “Solo dal Regno Unito a marzo arrivano per le nostre aziende 450 milioni di vendite in più, grazie in particolare ad un balzo del 32% delle autovetture e dell’abbigliamento e ad un raddoppio dei volumi nella farmaceutica, dove si arriva in solo mese a 200 milioni di vendite”, sottolinea Il Sole 24 Ore. “Così, solo dal Regno Unito arriva una spinta al nostro export del mese di poco più di un punto percentuale: senza Londra saremmo finiti in rosso”.
La Gran Bretagna si sta preparando a una fase di incertezza tutelando i suoi interessi economici di Paese importatore di prodotti manifatturieri. In tal senso, le esportazioni “leggere” italiane consentono un maggior potenziale di controllo agli importatori, che possono calibrare adeguatamente i livelli di fornitura richiesti. Accelerare in questo frangente significa non farsi trovare impreparati in caso di crisi. L’export italiano nel Regno Unito, inoltre, si conferma ad alto valore aggiunto e funzionale a soddisfare gli elevati livelli di consumo dei cittadini britannici, che le imprese distributive intendono preservare anche dopo Brexit. Ma al tempo stesso il “doping” britannico ci ricorda come nei prossimi mesi anche per i nostri principali indicatori economici potrebbero tornare giorni meno positivi, dato che una fase di accumulazione di questo tipo è da considerarsi contingente. Per l’Italia il fronte aperto è quello della riconquista dei mercati extra-Ue, dalla Cina alla Turchia, dal Sud America all’India. L’avanzo commerciale del primo trimestre è salito a 8,1 miliardi di euro: Roma ha i margini per dilatarlo ulteriormente appena l’economia globale uscirà da questa fase di incertezza.
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