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Politica

Il “modello scandinavo” rischia il crollo, ma l’europeismo tiene botta

C’era curiosità attorno ai risultati delle nazioni scandinave. Queste elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo e Bruxelles potevano sancire la fine, almeno quella elettorale, di un sistema economico-sociale elevato a modello per tutti. E il decretare questo termine,...

C’era curiosità attorno ai risultati delle nazioni scandinave. Queste elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo e Bruxelles potevano sancire la fine, almeno quella elettorale, di un sistema economico-sociale elevato a modello per tutti. E il decretare questo termine, stando a qualche movimento preliminare, sarebbe potuto spettare agli stessi cittadini. Così non è stato. Perché in Svezia, Finlandia e Danimarca, a conti fatti, sono stati ancora gli europeisti a vincere. È possibile notare, in realtà, una lenta diffusione delle istanze sovraniste, che continuano però a non essere troppo determinanti.

C’è una premessa da fare: il quadro partitico, nelle nazioni nord-continentali, è molto composito. Questo consente solo di annotare una classifica in cui tutti sono stretti tra pochi punti percentuali e all’interno della quale lo scenario complessivo può cambiare mediante lo spostamento di numeri altrettanto bassi. Però c’è chi arriva primo e chi no. Questo rimane l’unico criterio utile a distinguere le formazioni politiche che hanno trionfato da quelle che, al massimo, si sono affermate o hanno perso. Come in Finlandia, dove i Veri finlandesi si affermano – appunto – con il 13.8%, ma arrivano quarti in generale, dietro il Partito di Coalizione nazionale, la Lega verde e il Partito socialdemocratico.

Le elezioni europee, nella tanto discussa Svezia, che è al centro di un vero e proprio caso giornalistico in queste ore, hanno premiato il Partito socialdemocratico dei lavoratori, che si è attestato attorno al 24%. Per secondo ha tagliato il traguardo il Partito moderato, che è il principale tra quelli del centrodestra, con il 16.8%, ma al terzo posto si è piazzato, non troppo a sorpresa, il Partito dei democratici svedesi, che era già presente tra gli scranni del Parlamento europeo e che era candidato, come sempre, a rappresentare le istanze dei nazionalisti svedesi a Bruxelles e Strasburgo. Poi, anche in questo caso, è possibile citare il boom degli ecologisti.

In Danimarca, invece, per rintracciare un partito euro-critico, bisogna scorrere la classifica sino al quinto posto, dove si trova la Sinistra radicale, ferma al 10.1%. Prima di quel piazzamento, sono annoverabili solo partiti europeisti, capeggiati dall’equivalente dell’Alde danese. Il Movimento popolare contro l’Ue ha preso solo il 3.7% dei consensi totali. Insomma, tra queste tre nazioni, la Danimarca risulta essere quella più convintamente schierata dalla parte dell’Unione europea.

Qualche notizia, infine, proveniente dall’Estonia e dalla Lituania: la prima partita si è giocata sul filo tra Partito riformatore estone e Partito socialdemocratico, ma ha vinto il primo; nel secondo match, invece, ad arrivare primo è stato il ticket tra l’Unione della patria e i Cristiano democratici di Lituania.





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