Hanno lasciato le loro case occidentali per unirsi all’Isis. Alcune sono partite per ragioni ideologiche, altre hanno seguito i mariti che hanno deciso di combattere nelle fila del Califfato. C’è chi si è sposata con i miliziani, chi è rimasta vedova con dei figli piccoli da crescere e chi è stata chiamata al fronte o a compiere attacchi kamikaze. Si stima che dal 2014 siano arrivate in Siria e in Iraq da ogni parte del mondo oltre 4.500 donne. Oggi, le spose dell’Isis vogliono fare ritorno a casa.
Se in molte sono già rientrate nei Paesi di origine, dai campi profughi a nord della Siria arrivano gli appelli disperati delle giovani che sperano di poter tornare a casa. Italiane, inglesi, francesi, tedesche, americane: tutte sposate con jihadisti, ora morti o catturati, che chiedono a gran voce di essere riammesse. L’ultima è Hoda Muthana, la 24enne che quattro anni fa ha lasciato la sua casa in Alabama (Stati Uniti) per unirsi al sedicente Stato Islamico. “Ho subito il lavaggio del cervello”, ha spiegato dal campo profughi di al Hawl dove vive con il suo bimbo di 18 mesi. “Ho commesso un grosso errore. Pensavo di fare le cose per bene, per amore di Dio”.
Nel 2014, la giovane si è stabilita a Raqqa, passando per la Turchia, dove ha sposato un miliziano australiano, il primo dei suoi tre mariti. La 24enne ha raccontato di essersi radicalizzata anche a causa della sua famiglia conservatrice che limitava la sua libertà. “Così mi sono rivolta alla mia religione. Ero autodidatta e pensavo che qualsiasi cosa leggessi fosse giusta”. Ora la giovane dice di essere pentita e di voler tornare a casa: “Chiedo di essere perdonata. Ero molto giovane e impreparata. Credo che l’America possa darmi una seconda possibilità. Non metterò mai più piede in Medio Oriente: gli Stati Uniti possono riprendersi il mio passaporto”.
Se Hoda Muthana si è pentita della sua scelta, c’è anche chi non mostra alcun rimorso. È il caso della 19enne britannica Shamima Begum. Rintracciata dal The Times nel campo profughi curdo di al Hawl, la giovane ha spiegato che vorrebbe rientrare a casa. Nel 2015 è stata immortalata dalle telecamere di sicurezza dell’aeroporto di Londra Gatwick mentre passava i controlli per raggiungere la Siria. Insieme a lei due amiche: una sarebbe morta in un raid aereo l’anno seguente, dell’altra invece non si hanno notizie. “Non sono la stessa stupida studentessa 15enne scappata da Bethnal Green quattro anni fa”, ha raccontato, sottolineando poi di non essersi pentita di niente. “Il califfato è finito, c’erano tanta oppressione e corruzione che non penso meritasse la vittoria”, ha però ammesso. Arrivata in Siria, Shamima ha sposato un combattente e ha perso due bambini. Da poco ha partorito il terzo e chiede a gran voce di rientrare nel Regno Unito.
Così come stanno facendo due giovani donne francesi, anche loro ad al Hawl. “I miliziani dell’Isis hanno ucciso persone senza motivo – hanno denunciato all’Afp– . Siamo pronte per tornare a casa, ma a due condizioni: vogliamo praticare l’Islam e stare con i nostri bambini”. Le due però non hanno condannato gli attacchi terroristici del 2015 a Charlie Hebdo e al Bataclan: “Sono stati fatti per vendetta”, ha affermato una di loro.
Hanno chiesto di tornare anche le baby jihadiste italiane, Sonia e Meriem. “Dello Stato islamico immaginavo qualcosa di più bello e grande di quello che era in realtà”, ha raccontato Sonia Khediri a Gli Occhi della Guerra. La giovane è scappata a 17 anni dalla sua casa in provincia di Treviso per raggiungere in Turchia quello che sarebbe poi diventato suo marito. Dopo il matrimonio, i due hanno raggiunto Raqqa. “Voglio tornare in Italia, anche se dovrò andare in carcere”, ha invece confessato Meriem Rehaily, partita per la Siria dalla provincia di Padova nel luglio 2015 a soli 19 anni. “Sono una terrorista per il governo, ma in Italia non ho fatto niente. Dall’Isis ho subito un lavaggio del cervello”, ha spiegato dal campo Roj dove è prigioniera dei curdi.
Come quelle raccontate ci sono centinaia di altre storie. Sono numerose infatti le giovani, partite da ogni angolo del mondo, per unirsi al sedicente Stato Islamico. E ora che è in atto la stretta finale sull’ultima sacca del Califfato nel sud est del Paese, tutte chiedono di rientrare in patria. A questo punto che si apre il dibattito tra chi le rivorrebbe a casa (libere o in prigione dopo un processo) e chi preferirebbe invece lasciarle in Siria.
Le riposte dei governi
Ora sono i rispettivi governi a decidere cosa fare di queste giovani mogli e del loro bambini. Donald Trump ha chiesto agli alleati europei di riprendersi gli oltre 800 islamisti che sono stati catturati in Siria per poterli processare nel vari Paesi. Ma la richiesta del presidente americano non è piaciuta agli Stati europei che preferiscono essere più cauti con i cosiddetti foreign fighters. E per quanto riguarda le spose dell’Isis? L’amministrazione Trump non è ancora intervenuta sulla vicenda della giovane Hoda Muthana. I numerosi attacchi terroristici che hanno colpito al cuore la Francia rendono il Paese più prudente. Il governo Macron diffida di chi ha deciso di rimanere con l’Isis fino alla fine e sta valutando in che modo far rientrare donne e bambini in patria.
Uno degli Stati più divisi sul tema dei rimpatri è il Regno Unito. Tra i sudditi di Sua maestà c’è chi vorrebbe offrire una nuova possibilità a Shamima Begum e chi invece chiede che la 19enne non sia riammessa. Le autorità britanniche potrebbero non ostacolare il rientro della giovane, dato che non è mai stata condannata per alcun crimine, ma una volta in patria la ragazza verrebbe subito processata.
I Paesi nel frattempo stanno cercando di capire anche quanto siano coinvolte le donne e i loro figli nelle dinamiche del Califfato: come hanno più volte mostrato i video di propaganda dell’Isis, infatti, fin da piccoli i bambini vengono addestrati e indottrinati. E questo rappresenta un grande problema per le nazioni di origine.
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