E adesso si teme una nuova ondata, in vista anche dei prossimi mesi che notoriamente nel Mediterraneo prevedono un clima ed un mare più favorevoli. Le condizioni per la riapertura della rotta libica, per la verità mai chiusa del tutto pur se ridimensionata dell’80%, ci sono tutte e, in particolar modo, sono due gli elementi che preoccupano e non poco: da un lato l’instabilità politica interna a Tripoli, dall’altro la voglia di rivalsa delle organizzazioni criminali che adesso non ci stanno a considerare alla stregua di vecchi ricordi i lauti affari fatti sulla pelle di tanti esseri umani.
L’instabilità a Tripoli
Come già anticipato nei giorni scorsi, nuovi fronti politici e militari si sono aperti nella capitale libica. Se gli scontri tra le fazioni sembrano attenuati grazie ad un nuovo cessate il fuoco tra le milizie della Rada (ufficialmente al fianco di Al Sarraj ma in realtà adesso più lontane dal premier libico) e la Settima Brigata di Tarhouna, la stessa cosa non si può dire a livello politico. Gli animi all’interno del governo di Al Sarraj sembrano ancora accesi. Sono in particolare i misuratini, specialmente quelli legati ai Fratelli musulmani, che adesso vogliono maggior spazio dopo il ridimensionamento della loro posizione nelle settimane successive al vertice di Palermo. E non ci stanno ad essere sacrificati in nome dell’inclusione, all’interno del processo di riconciliazione, del generale Khalifa Haftar.
Da qui la lettera di tre dei nove membri del consiglio presidenziale, tra i quali Ahmed Maitig, in cui si accusa Al Sarraj di una gestione non accurata del governo e la sua messa in discussione. Il premier risponde incassando sia l’appoggio dell’inviato speciale dell’Onu, Ghassan Salamé, sia esautorando lo stesso Maitig dal suo ruolo di capo della compagnia di poste e telecomunicazioni. Uno scontro che va avanti con diverse milizie che sembrano voler intimare ad Al Sarraj di evitare di proseguire i colloqui con i dirigenti della parte orientale del paese.
Sul fronte dell’emergenza immigrazione, questo si traduce in due rischi non indifferenti: da un lato, la mancanza di coesione delle milizie filo governative, specialmente quelle misuratine, nel contrasto ai criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Non è un caso che le ultime partenze avvengano in gran parte da Garabulli e dalla costa compresa tra Tripoli e Misurata. Con le milizie spaccate e con una guardia costiera libica possibilmente anch’essa divisa in fazioni, il rischio di un più blando controllo lungo le coste è concreto. L’altra preoccupazione riguarda possibili azioni di vero e proprio boicottaggio operato dalle milizie contro Al Sarraj. Il che vorrebbe dire, di fatto, lasciare appositamente spazio ai gruppi criminali per arrecare un danno all’attuale capo dell’esecutivo tripolino.
L’occasione di rivalsa da parte dei criminali
Le divisioni interne a Tripoli e lungo l’asse tra Tripoli e Misurata dunque, aprono uno squarcio non indifferente in cui le bande criminali locali (e non solo) possono provare ad approfittare della situazione per riprendere con i propri illeciti guadagni. Il calo degli sbarchi dalla Libia dell’80%, per i trafficanti di esseri umani vuol dire una perdita significativa del proprio business e dunque non avere più dentro le proprie tasche milioni di Dinari. Un affare che nessuno tra i principali capi criminali vuole perdere di vista. Da qui la fretta a sfruttare le attuali tensioni tripoline ed a spedire nel Mediterraneo centinaia di africani, anche se le condizioni meteo non lo consentono. L’aumento del numero dei morti in mare degli ultimi giorni, è dovuto proprio alla forzatura subita dai migranti nel partire nonostante le acque agitate. Anzi, come sottolineato recentemente da alcuni report, forse l’interesse degli scafisti è proprio questo: creare delle stragi, per richiamare i governi dell’altra sponda del Mediterraneo a politiche vocate ad una maggiore accoglienza. Un modo, in poche parole, per far ripartire definitivamente la rotta libica.
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C’è quindi da aspettarsi un aumento dei flussi da qui ai prossimi mesi. Un problema di non poco conto ed un elemento politico non proprio di secondo piano, considerando i dibattiti attuali sulla sponda opposta del Mediterraneo.
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