Il media qatariota Al Jazeera ha pubblicato di recente un reportage, realizzato da Ingrid Gercama e Nathaie Bertrams, che alza il velo su una delle problematiche più celate e drammatiche che affliggono l’Etiopia: l’abuso e la discriminazione nei confronti dei portatori di handicap. Il Paese africano sta vivendo un momento di straordinarie rivoluzioni politiche e sociali. Con l’elezione del primo ministro Abiy Ahmed, molti cambiamenti, di portata anche epocale, si stanno verificando ad Addis Abeba e in tutta la nazione. In primis va segnalata la firma della storica pace con la vicina Eritrea, un gesto che ha corrisposto alla ripresa dei dialoghi e alla riapertura delle frontiere tra le due nazioni. Inoltre il primo ministro ha riformato totalmente i servizi segreti, ha fatto rientrare in patria i dirigenti dell’opposizione e ha liberato migliaia di prigionieri politici. Abiy Ahmed sta attuando importanti riforme che, e solo il tempo potrà confermarlo, sembra stiano traghettando l’Etiopia da decenni di governi autoritari verso una democrazia de facto.
Ma sebbene apertura e rinnovamento sembrino essere le parole cardine su cui si fonda il disegno politico del nuovo leader etiope, nel Paese però ancora permangono delle problematiche culturali e sociali gravi, e una di queste è la situazione che vive la popolazione portatrice di disabilità.
Il servizio di Al Jazeera si intitola Credono che io sia stato maledetto con la cecità perché Dio era arrabbiato. Un richiamo alla storia di Eniyat Belet, un ragazzo di 17 anni, ipovedente dalla nascita, che ha raccontato come la sua disabilità sia accompagnata da una forte stigmatizzazione sociale e come ci sia un enorme pregiudizio nei confronti delle persone portatrici di handicap. E analoga alla sua storia è anche quella di Fisseha Arage Hail anch’egli cieco, esperto di educazione inclusiva e bisogni speciali nell’Ufficio dell’Educazione della zona Sud di Gondar, che ha spiegato come gli adolescenti affetti da disabilità siano ampiamente esclusi dall’educazione e dai servizi socio sanitari del Paese, e ha aggiunto: ”C’è ancora molto da fare affinché nel nostro Stato si possa parlare di una società inclusiva”. E poi le croniste hanno dimostrato che i centri di salute e riabilitazione specializzati non sono accessibili per la maggior parte della popolazione dal momento che i costi sono molto alti e solo una fascia minima della società etiope può permettersi certe spese. Per dare l’idea della situazione hanno preso come campione il costo di un paio di stampelle e di una sedia a rotelle: le prime costano 8 dollari, la seconda 224 dollari, com’è facile immaginare, ben al di là delle possibilità dei più. E inoltre un altro aspetto che è stato preso in esame nel servizio è l’accessibilità alla scuola per i bambini e i ragazzi portatori di handicap. In Etiopia, con una popolazione di 100 milioni di abitanti, ci sono soltanto 164 scuole capaci di accogliere studenti con problemi visivi, uditivi e intellettuali e sono solo due invece gli istituti che possono ospitare ragazzi autistici, ed entrambi si trovano ad Addis Abeba.
Ma l’aspetto più brutale, in merito alla situazione delle persone diversamente abili, emerge da un report dell’Unfpa (United Nations Population Found) e del Popoulation Council leggendo il quale si scopre che una ragazza con disabilità su tre è vittima di aggressioni sessuali e che costantemente le persone con problemi fisici o mentali devono far fronte alla violenza domestica e della comunità che le incolpa di essere vittime di stregoneria.
L’Etiopia se vuole proseguire verso il rinnovamento deve quindi cambiare questo stato delle cose, la disattenzione, il pregiudizio e la stigmatizzazione delle fasce sociali più vulnerabili va in netto contrasto con qualsiasi principio democratico e di rinnovamento. Quindi, il premier Abiy Ahmed, se vuole davvero traghettare l’Etiopia verso un futuro democratico, deve necessariamente combattere contro i nemici più ostici che può trovare sul suo cammino: l’intolleranza, l’esclusione e i retaggi culturali che portano ad allontanare e isolare le persone più vulnerabili. Abbattere questo stato delle cose non è opinabile, ma è una condizione sine qua non per gettare le fondamenta di una prossima democrazia.
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