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Politica

Ecco cosa c’è dietro lo scontro tra Pompeo e l’Unione europea

L’Europa non è nel giusto quando sferra i suoi attacchi contro Donald Trump e il multilateralismo è una teoria tanto sconclusionata quanto destinata a fallire. Questo, in sintesi, è il succo del discorso tenuto da Mike Pompeo, segretario di Stato...

L’Europa non è nel giusto quando sferra i suoi attacchi contro Donald Trump e il multilateralismo è una teoria tanto sconclusionata quanto destinata a fallire. Questo, in sintesi, è il succo del discorso tenuto da Mike Pompeo, segretario di Stato degli Stati Uniti, che ne ha parlato, in maniera simbolica, proprio a Bruxelles. 

Quella del politico americano è sembrata un’invettiva contro le istituzioni sovranazionali dell’Unione europea che stanno mettendo in discussione l’operato del tycoon. Dalle parti della capitale belga riterrebbero infatti che il “Make America Great Again” sia pericoloso per le sorti del mondo, tendendo a ripristinare un centralismo geopolitico spesso sfociato in distorsioni neo-coloniali. Pompeo, invece, la pensa esattamente all’opposto: riposizionare gli Stati Uniti al centro della scena fungerebbe pure da garanzia di pace per tutto l’Occidente. 





Questa è una polemica che attiene alle diverse interpretazioni di una dottrina politica, quella per cui le sintesi tra le posizioni delle parti converrebbero rispetto alle direttive unilaterali imposte da una singola potenza, ma cela pure un certo clima di tensione alimentato dalla proposta di Emmanuel Macron di dare vita a un esercito europeo in grado di riequilibrare il peso delle forze in campo.

Le parole di Pompeo, che non a caso sono seguite a un incontro della Nato, sono risuonate per mezzo dello stesso stile utilizzato da Trump nel corso della campagna elettorale per le presidenziali del 2016: uno speech senza fronzoli e contro i burocrati. Politico lo ha definito un “discorso straordinariamente poco diplomatico”. 

Per convincere gli astanti della bontà di quanto sostenuto, il segretario di Stato ha ricordato il ruolo svolto da George Bush senior, deceduto qualche giorno fa, nella pacificazione dei processi geopolitici. Ma c’è stato spazio pure per attaccare i meccanismi previsti dalla concertazione diplomatica: “Più firmiamo i trattati – ha scandito Pompeo – , più siamo sicuri che presumibilmente lo siano. Più burocrati abbiamo, migliore sarà il lavoro. Ma è veramente vero? La questione centrale che dobbiamo affrontare riguarda questa domanda: il sistema come attualmente configurato, come esiste oggi, come il mondo è strutturato, funziona? Funziona per tutte le persone del globo terrestre?”. 

I rapporti multilaterali, insomma, più che semplificare il quadro, lo complicherebbero. Con Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno iniziato ad abbandonare i trattati sottoscritti in precedenza. I “burocrati”, come li ha definiti Pompeo, contestano il nuovo corso impresso dal tycoon e non nascondo di desiderare un processo di normalizzazione. Un ripristino del consueto che potrebbe essere garantito dalla vittoria nel 2020 di un candidato Dem appartenente all’establishment

Joe Biden, Michelle Obama e Kamala Harris sarebbero tutti nomi in grado di dare seguito ai desiderata di Bruxelles, che deve fare i conti con il carattere impositivo di The Donald. La sensazione è che i prossimi due anni, quelli che ci separano dalle , potremmo continuare ad assistere a screzi diplomatici continui tra l’Unione europea e i vertici dell’apparato statunitense. 

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