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Politica

Non c’è solo la manovra italiana: Commissione boccia Francia e Spagna

La bocciatura da parte della Commissione europea della manovra economica presentata dal governo Conte è stata presentata, negli ultimi giorni, come una vera e propria ordalia del fuoco per l’Italia da buona parte della pubblicistica nazionale. Lo scadimento del dialogo,...

La bocciatura da parte della Commissione europea della manovra economica presentata dal governo Conte è stata presentata, negli ultimi giorni, come una vera e propria ordalia del fuoco per l’Italia da buona parte della pubblicistica nazionale. Lo scadimento del dialogo, esemplificato dal recente scambio di battute tra Pierre Moscovici e Matteo Salvini, non ha certamente aiutato a sviluppare un ragionamento serio e articolato riguardo la politica economica nazionale e comunitaria.

Si è parlato molto della strana bocciatura della manovra italiana, motivata tra le altre cose da una presunta insostenibilità del debito pubblico che chiamerebbe, dunque, in correo anche i governi precedenti additati tuttavia come esempi per un uso virtuoso della flessibilità. Ma la Commissione europea non si è limitata a questo.





Nelle “pagelle” di Bruxelles, infatti, cinque Paesi risultano bocciati o quantomeno rimandati per i rischi legati al mancato rispetto delle regole comunitaria: Portogallo, Belgio, Slovenia e, soprattutto, Francia e Spagna.

La seconda e la quarta economia dell’Eurozona, guidate dai fedeli europeisti Macron e Sanchez, vedono dunque contestate dall’Unione le loro politiche economiche per il 2019: un segno dell’inesistenza di un monolite compatto europeista e del fatto che la narrazione di un mancato rispetto dei protocolli della Commissione quale premessa ineludibile di un scontro frontale con Bruxelles non tiene, al contatto con la realtà. Ma cosa viene contestato ai due Paesi?

La manovra Sanchez-Iglesias sfida da sinistra l’austerità

Il governo socialista di Madrid guidato da Pedro Sanchez, privo della maggioranza assoluta in Parlamento, ha cercato sponda nella sinistra di Podemos per realizzare i programmi economici per il 2019, ottenendo semaforo verde dal suo leader Pablo Iglesias.

Sanchez e Iglesias hanno invertito la rotta rispetto all’era Rajoy, puntando su un deficit al 2,7% del Pil e su quella che i media spagnoli hanno definito come “la manovra anti-austerity più a sinistra di sempre”.

“L’accordo di bilancio – scrive Il Sole 24 Ore – prevede un aumento del 22,3% del salario minimo mensile a 900 euro (da 735,90 euro), o 164 euro in più al mese. Una misura che costerà 340 milioni di euro allo Stato, secondo il testo pubblicato. Il governo e Podemos hanno confermato la loro volontà di indicizzare le pensioni all’inflazione, con un costo per 704 milioni. Podemos e il governo vogliono anche aumentare di due punti le tasse per i contribuenti che guadagnano più di 130mila euro all’anno e di quattro punti per le persone che guadagnano più di 300mila euro. Attualmente l’aliquota marginale si applica ai redditi superiori ai 60mila euro ed è fissata al 45 per cento. Previsto infine l’aumento dell’1% dell’imposta sui patrimoni superiori ai 10 milioni di euro”.

Inoltre, si segnalano lo stanziamento di 50 milioni per coprire le spese del materiale scolastico alle famiglie in difficoltà, il taglio delle tasse universitarie  ai livelli pre-crisi, l’aumento del 6,7% dei fondi per la ricerca, incentivi per l’acquisto di auto elettriche e 50 milioni da utilizzare per attuare una “Strategia nazionale contro la povertà energetica”. I sindaci spagnoli inoltre potranno calmierare i prezzi degli affitti in caso di bolle speculative.

Cosa contesta la Commissione alla manovra spagnola e a quella francese

Alla Spagna la commissione Ue rimprovera sforzi insufficienti per la riduzione del debito pubblico, oggi al 96,9% del Pil: il target indicato dal governo spagnolo per il 2019 è il 95,5%, addirittura inferiore a quello indicato dalla Commissione, ma gli aggiustamenti indicati nel budget non convincono pienamente Bruxelles, che a Madrid rimprovera anche un deficit 2018 sotto il 3% ma più alto del target prefissato. 

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Più o meno gli stessi addebiti indirizzati al governo di Emmanuel Macron, che prevede per il 2019 un deficit compreso tra il 2,5% e il 2,8% del Pil ma un mantenimento del rapporto debito/Pil al 98% circa. Tutto questo per finanziare vistosi tagli fiscali e permettere al Presidente di mantenersi in linea di galleggiamento alle elezioni europee.

Il governo spagnolo, che in passato ha più volte avuto occasione di scontrarsi con quello italiano sulla questione migratoria, è stato, non a caso, molto più conciliante sulla manovra economica. Josep Borrel, ministro degli Esteri di Madrid, ha dichiarato che la Ue non dovrebbe accanirsi contro l’Italia: “Sarebbe un grosso errore per la Commissione europea cercare di trattare con l’Italia nello stesso modo in cui hanno trattato la Grecia, imponendo un limite molto severo al bilancio, una forte politica di austerità, perché l’Italia non è la Grecia”, ha detto  Borrell.

Sulla manovra per l’Italia la situazione è meno grave del previsto

Secondo Giulio Sapelli, intervistato da Panorama“la bocciatura dell’Europa alla manovra economica italiana è meno grave di quanto sembri leggendo i nostri giornali e soprattutto va analizzata e interpretata alla luce di un più generalizzato problema di rapporto tra le esigenze economiche dei singoli Stati membri e le rigide regole imposte da Bruxelles”.

Sapelli rimprovera ai media un’eccessiva focalizzazione su una bocciatura italiana che si inserisce in un preciso contesto europeo, mentre in Spagna El Paìs ha liquidato la notizia in poche righe.

Secondo Sapelli, “solo l’Italia si cosparge il capo di cenere di fronte a una bocciatura dell’Unione e sottolinea che in Europa far quadrare i conti è un problema di molti”. La soluzione più ragionevole, in questo contesto, sarebbe impostare una discussione volta a superare la fissità dei parametri del Fiscal Compact e il paradigma del rigore che, nella sua impostazione mentale, ancora condiziona le menti dei decisori dell’Unione.

Ma da Bruxelles arrivano risposte poco incoraggianti e Macron, nel vano tentativo di ancorare la Francia alla Germania, propone un bilancio dell’Eurozona che rischierebbe di scollare, piuttosto che amalgamare, l’area di unità monetaria. Né, in questo contesto, le elezioni europee potranno rivelarsi fonte di un cambiamento di ampio respiro, stanti gli attuali rapporti di forza. Continuerà lo status quo, con Paesi sanzionati che potranno avvalersi della possibilità di far rispettare i propri doppi standard, come la Francia, e altri, come l’Italia, che si troveranno nella condizione di dover sopportare buona parte del fardello delle critiche. Con buona pace della sbandierata solidarietà comunitaria.

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