Un terzo del carburante che ogni giorno mettiamo sulle nostre auto in Italia proviene da petrolio di contrabbando. È questa la sconcertante situazione che emerge da un servizio di Report, la popolare trasmissione di inchieste in onda su Raitre. Il giornalista Giorgio Mottola, in particolare, indaga proprio sull’enorme flusso di oro nero che giunge nel nostro Paese e che va ad alimentare le tasche di broker ed associazioni criminali. Anche la stessa mafia sembra aver messo da tempo gli occhi sul petrolio di contrabbando, un fenomeno sempre più in crescita e preoccupante. Allo Stato tutto questo costa un’evasione, secondo il reportage, da sei miliardi di euro all’anno. Ma ciò che appare ancora più inquietante è cosa si cela all’origine del contrabbando. Tutto l’oro nero illegale in Italia proviene infatti da affari fatti con l’Isis in Siria e con milizie armate in Libia.
I traffici provenienti dalla Siria
Sempre nel reportage curato da Giorgio Mottola, viene mostrata una polizza di imbarco del 5 giugno 2015 in cui si attesta il trasporto di un carico di ottantamila tonnellate da Ceyhan, in Turchia, fino ad Augusta. Il tutto attraverso la United Emblem, nave fortemente sospettata di fare trasbordi in alto mare. Secondo quanto dichiara il giornalista di Al Araby, Othman Muhammad, si tratta di una delle tante operazioni compiute da questo porto turco per trasportare petrolio di contrabbando verso l’Italia. Il giornalista, in una sua inchiesta precedente, afferma che il greggio in questione proviene da territori che dal 2014 al 2016 erano sotto il controllo dell’Isis. A dare manforte a questa ricostruzione, anche l’intervista ad un broker italiano di petrolio. È lo stesso Giorgio Mottola ad intervistarlo: “Il mio cliente voleva a tutti i costi il greggio siriano – dichiara il broker, rimasto anonimo, che lavora per una società di intermediazione di materie prime – Ho trovato un aggancio tramite un cittadino siriano in Italia. Mi ha detto che questo petrolio arriva in Turchia e, da lì, giunge in Italia”. Prezzi stracciati, lungo giro dal paese anatolico, chiaro dunque che questi quantitativi di greggio provengono da giacimenti dove l’Isis ha meso all’epoca le sue bandiere nere.
E questo si ricollega a quanto accaduto nell’ottobre 2015. In quell’occasione il ministero della difesa russo proietta a Mosca, pochi giorni dopo l’abbattimento di un areo militare russo ad opera dell’aviazione turca, un video dove si mostrano lunghi convogli di autobotti che da territori dell’Isis trasportano i propri prodotti in Turchia. La proiezione di quelle scottanti prove in grado di inchiodare Ankara, costituiscono la reazione politica della Russia all’abbattimento del suo aereo. Ma oggi appaiono più attuali che mai. Dalla Siria alla Turchia, da qui quindi poi verso la Sicilia e l’Italia. “Grandi compagnie italiane hanno preso il petrolio contrabbandato dall’Isis – dichiara su Report Othman Muhammad – Una di queste era proprietaria di una squadra di calcio”. Un’allusione al colosso Saras, di proprietà della famiglia Moratti, ex proprietaria dell’Inter. Come spiega Mottola, dopo la pubblicazione del reportage del giornalista di Al Araby, “la Saras si sente così tirata in ballo da smentire ogni coinvolgimento”. Ufficialmente l’azienda smentisce e dichiara di aver comprato petrolio dalla regione, ma in modo trasparente e legale e senza greggio proveniente da territori occupati all’epoca dall’Isis.
Ma resta comunque un fatto: la rotta Siria – Italia del petrolio c’è stata e c’è ancora. Il terrorismo internazionale si è alimentato anche grazie a questi traffici. I jihadisti hanno guadagnato denaro, marchi europei del petrolio invece materie prime a prezzi molto stracciati.
Gli affari fatti con le fazioni libiche
Dalla Siria all’altro base arabo sconquassato dalle primavere del 2011: la Libia. Qui c’è un’inchiesta della Guardia di Finanza di Catania dello scorso anno che appare una pietra miliare nelle indagini sul contrabbando di petrolio dal paese nordafricano. “Ogni anno circa il 30% del carburante libico viene contrabbandato – dichiara Mustafa Sanalla, presidente della Noc – Si tratta di un problema che contribuisce ad alimentare instabilità in Libia”. Cifre impressionanti, che dimostrano come diversi cartelli siano attivi lungo il Mediterraneo per il contrabbando di petrolio. E l’Italia è ampiamente coinvolta. Come sopra accennato, la Guardia di Finanza lo scorso anno ha arrestato alcuni personaggi di un sodalizio criminale che, tramite Malta, da Sabrata faceva giungere oro nero in Sicilia. I principali coinvolti in questa inchiesta sono nomi di spicco sia dell’imprenditoria, così come della mafia e del contrabbando. Vengono infatti all’epoca arrestati Marco Porta, amministratore delegato della MaxCom Bunker spa, Nicola Orazio Romeo, esponente di spicco del clan Santapaola – Ercolano di cosa nostra, Fahmi Mousa Saleem Ben Khalifa, pericoloso ed importante miliziano libico, così come poi i due broker maltesi Darren e Gordon Debono.
La milizia di Ben Khalifa ruba il petrolio nelle coste ad ovest di Tripoli, i cugini Debono lo intercettano mandando due navi, la Basbosa e la Sea Master, poi viene effettuato il trasbordo in mare aperto e quindi il tutto giunge ad Augusta. E questo grazie anche ai certificati di origine delle autorità di Malta, la cui legislazione appare molto “permissiva” su questo fronte. Una volta in Sicilia, il petrolio libico di contrabbando viene dunque messo in commercio nel resto d’Italia. Questo descritto non è certamente l’unico caso: il petrolio libico viene rubato in grandi quantità ogni anno, per un giro d’affari che aiuta ad ingrassare i portafogli di milizie impegnate anche nella tratta di esseri umani. Se in Siria si aiuta il terrorismo, in Libia con l’acquisto di oro nero di contrabbando di contribuisce all’instabilità del paese. E quindi a relativo frazionamento delle istituzioni e crescita della criminalità. Un argomento spinoso, anche se mai toccato a Palermo in occasione del recente vertice.
Le gravi conseguenze del contrabbando
Dal 2011 in poi l’Italia vede il moltiplicarsi di aziende che operano in ambito petrolifero. È l’effetto delle liberalizzazioni volute dal governo guidato da Mario Monti. Il fenomeno delle cosiddette “pompe bianche” investe un po’ tutto il nostro paese. Questo grazie anche al fatto che nelle pompe di benzina dove le insegne non riportano grandi marchi, fare il pieno costa molto meno. Ma dietro quell’apparente convenienza economica, si cela in realtà proprio il grande giro del petrolio contrabbandato dal medio oriente. Nel documentario di Report, si evidenzia come la miscela tra liberalizzazioni del settore e l’arrivo di petrolio a prezzi più ridotti alimenti la crescita di piccole sigle. Qualità del carburante e provenienza delle materie prime non sembrano affatto trasparenti. Per lo Stato il contrabbando incide, come detto in precedenza, parecchio grazie ad almeno sei miliardi di Euro di evasione.
Quello del petrolio da contrabbando appare un affare ramificato e consolidato, specie lungo la rotta libica. Nessuno al momento sembra voler puntare dritto al ridimensionamento del fenomeno, che pure darebbe crismi di legalità e conseguente boccata d’ossigeno all’economia libica.
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