Quella per il Senato è l’unica competizione, tra le tre previste, che dovrebbe sorridere aDonald Trump. Pare pacifico che i repubblicani riescano a mantenere la maggioranza parlamentare della Camera alta. Questa è la sfida regina, la più accostata al referendum sulla figura del Tycoon. Il motivo è presto detto: se il Gop dovesse uscire sconfitto anche qui, ci troveremmo dinanzi a una catastrofe senza possibilità d’appello. Ma come sono andate le cose in questi due anni?
La fonte degli aspetti che stiamo per sottolineare è l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale. La popolarità di Trump negli Stati Uniti è attorno al 40%: un numero che non porta con sè avvisaglie positive. Gli americani, però, non possono non essere soddisfatti dei fondamentali economici: la crescita annuale del Pil si attesta al 2,6%; gli occupati sono aumentati di 4 milioni di unità; la borsa è cresciuta in media del 18% e gli scambi commerciali hanno prodotto effetti benevoli. Insomma, c’è poco da lamentarsi. Perdere nonostante questi indicatori, vorrebbe dire che l’azione politica del magnate non ha convinto poi molto e che i cittadini statunitensi, rimesso in moto il motore economico, guardano ora ad altri aspetti. Suonerebbe, soprattutto, come una bocciatura della figura presidenziale.
Passando al Senato, la situazione sembrava essersi cristallizzata, ma adesso più di qualche sondaggista sta rivedendo i suoi conti. Si vota per 36 scranni, molti dei quali occupati adesso da senatori democratici. Ecco perché il Gop dovrebbe prevalere: per divenire maggioritari, gli asinelli dovrebbero fare cappotto, riconquistando i seggi vinti quattro anni fa e vincendone degli ulteriori.
La metà esatta dei posti totali della Camera Alta viene già assegnata al Gop. Gli americani sono sbrigativi e occupati soprattutto dai conti sulla cifra finale. Ai democratici, invece, dovrebbero andare almeno 46 senatori, con l’eventualità di ricavare qualcosa nelle sfide ancora in bilico, che sono almeno 4: una in Arizona, una in Missouri, una in Nevada e una in Florida. Questo per ciò che concerne il calcolo definitivo.
Si prevede che la sfida del 6 novembre possa finire 23/24 a 12/11. I democratici spunterebbero sul loro elenco i collegi della California, del Connecticut, del Delaware, delle Hawaii, dell’Indiana, del Maine, del Maryland, del Massachussets, del Michigan, del Minnesota, del Montana, del New Jersey, del New Mexico, di New York, dell’Ohio, della Pennsylvania, di Rhode Island, del Vermont, della Virginia, di Washington, della West Virginia e del Wisconsin.
A Trump, d’altro canto, dovrebbe andar bene in Mississipi, Nebraska, North Dakota, Tennessee, Texas, Utah e Wyoming. Tanto basterebbe per confermare la maggioranza. Dei quattro toss – ups abbiamo già parlato. Real Clear Politics inserisce nella contesa anche North Dakota, West Virginia e Texas. La sola ipotesi di un Ted Cruz sconfitto dal rampante O’Rourke provoca brividi nei conservatori. Lo stesso dicasi per Cramer in ND, mentre la rimessa in gioco del collegio di Morrisey, in WV, sarebbe l’anticamera di una buona notizia per i repubblicani, una pedina in più per il Senato.
Concludendo, è lecito sostenere che Trump, almeno qui, riesca a tenere botta. “Penso che faremo bene alla Camera – ha dichiarato poche ora fa il presidente degli Stati Uniti – ma, come sapete, il mio focus primario è stato il Senato e penso che lì faremo davvero bene”. Difficile rintracciare una dichiarazione più esplicativa.
Varrà la pena controllare i dati sull’affluenza: alle elezioni di medio – termine, com’è costume nelle turnate mediane di tutto l’Occidente, vota soprattutto chi vuole protestare. Più americani sceglieranno di recarsi alle urne, più saliranno, in percentuale, le probabilità di successo per Trump.
Il Senato gode di particolare attenzione per almeno un paio di motivi: le questioni di caratura internazionale vengono filtrate qui. Infine, c’è l’ipotesi di impeachment, spesso decantata, ma mai davvero percorsa: un Senato ancora tinto di rosso contribuirebbe ad allontanare la minaccia di una procedura.
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