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Politica

Gli Usa fanno marcia indietro: un cambio di regime in Iran?

John Bolton, nuovo consigliere per la sicurezza nazionale e Mike Pompeo, neo Segretario di Stato americano, hanno vinto. La loro linea sull’Iran è stata adottata dal presidente Donald Trump, che ha ignorato le osservazioni espresse nel tempo da James Mattis,...

John Bolton, nuovo consigliere per la sicurezza nazionale e Mike Pompeo, neo Segretario di Stato americano, hanno vinto. La loro linea sull’Iran è stata adottata dal presidente Donald Trump, che ha ignorato le osservazioni espresse nel tempo da James Mattis, capo del Pentagono, che ha scongiurato più volte il presidente di rimanere nell’accordo sul nucleare iraniano al fine di evitare l’isolamento degli Stati Uniti rispetto agli alleati. Trump, tuttavia, non ha solo annunciato il ritiro degli Usa da un accordo che, nella sua visione, è sempre stato deprecabile: ha anche rivelato, tra le righe, la strategia di Washington nei confronti di Teheran, che è quella del Regime change.

Come osserva su Foreign Policy Stephen M. Walt, politologo e professore presso l’università di Harvard, “i falchi vedono due possibili strade da percorrere per ottenere il Regime change in Iran. Il primo approccio è quello di fare pressione economica su Teheran, nella speranza che il malcontento popolare cresca e che il regime clericale crolli. La seconda opzione è quella di spingere l’Iran a fare ripartire il proprio programma nucleare, il che darebbe a Washington la scusa per lanciare una guerra preventiva” contro Teheran. Una strategia che, tuttavia, presenta una seria infinita di rischi e controindicazioni.  





Washington pensa al Regime Change

L’obiettivo della Casa Bianca, spiega Walt, è quello di imporre delle sanzioni economiche così forti da far crescere il malcontento nel Paese. Tale strategia, tuttavia, presenta dei grossi rischi: “L’embargo americano verso Cuba dura da 50 anni – osserva Walt, uno dei più importanti politologi americani – e il regime di Castro è ancora il piedi (anche se Fidel ora è morto, e suo fratello Raúl ha fatto un passo indietro in favore del suo successore). Oltre sessant’anni di sanzioni non hanno portato alla fine del regime nordcoreano, e non gli hanno impedito di sviluppare arsenali nucleari. Ci hanno ripetuto per anni che l’Iran era sull’orlo del collasso, ma non è mai successo. Le sanzioni non hanno rovesciato né Saddam Hussein in Iraq, né Muhammar Gheddafi in Libia.”

La pressione economica, sottolinea, “può portare gli avversari a negoziare ed eventualmente cambiare le proprie politiche, e possono indebolire l’economia del nemico in tempo di guerra, ma lasciare il Jcpoa non porterà l’Iran in ginocchio”.

E se questa volta mi sbagliassi, osserva Walt, “e il regime clericale collassasse? Come abbiamo visto in altre occasioni, non c’è nessuna garanzia che, al suo posto, si instauri un regime stabile e filo-americano. Il Regime change americano in Iraq ha portato a una guerra civile sanguinolenta e alla nascita dell’Isis. Idem con il Regime change in Libia. Gli Usa sono intervenuti più volte in Somalia, Yemen, Afghanistan e Siria, e tutto ciò che hanno ottenuto è stata instabilità politica e la creazione di un terreno fertile per i terroristi”.

“Regime Change come in Iraq”

Secondo Sami Ramadani, esperto di politica mediorientale, “il tono delle parole di Trump ricorda il discorso di George W. Bush Jr prima che gli Stati Uniti guidassero l’invasione dell’Iraq del 2003”. L’esperto ha osservato che, in quell’occasione, è stato rovesciato “non solo il regime iracheno ma tutto il paese è stato distrutto a causa del coinvolgimento militare degli Usa”. “Ciò che gli Stati Uniti vogliono dall’Iran – spiega – è che il paese rinunci alla sua indipendenza”. 

Nel prendere questa decisione, Trump ha ignorato il consiglio  degli alleati tradizionali degli Stati Uniti come Francia, Germania e Regno Unito. Il presidente Usa ha scelto di ascoltare, oltre a Bolton e Pompeo, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Visto da questa prospettiva, l’8 maggio 2018 segna l’inizio – effettivo –  di un asse saudita-americano-israeliano e un importante riallineamento delle relazioni strategiche degli Stati Uniti.

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