La guerra in Siria si fa sempre più complicata. E ci si domanda a questo punto quale sia la strategia di molte potenze coinvolte.
Ad ogni vittoria di Bashar al Assad, corrisponde un’accusa sulle armi chimiche. Israele considera
la Siria un terreno di scontro con l’Iran. Donald Trump vuole ritirarsi mentre la Russia continua a inviare armi e mezzi all’esercito siriano. In tutto questo, la Turchia si muove per controllare il nord del Paese mentre l’Iran cerca di consolidare l’asse sciita. Mentre le forze occidentali cercano di strappare una rendita di posizione.
L’attacco contro le basi siriane considerate punti nevralgici del presunto arsenale chimico di Assad pone un nuovo interrogativo. Qual è il reale scopo di questa guerra? Lo Stato islamico, cornice in cui è stato legittimato l’intervento in Siria, è sconfitto. O quantomeno sembra sull’orlo di finire del tutto. Trump spera di ritirarsi al più presto, ma intanto continua a bombardare l’esercito siriano non appena c’è il sentore di un presunto attacco chimico.
Qualcosa sfugge in questa guerra di Siria. E forse bisogna tornare ai reali motivi di questo conflitto per capire cosa sta accadendo. L’obiettivo è il terrorismo islamico? Evidentemente no. L’obiettivo è Assad? Sì, ma per un motivo diverso: colpire l’Iran. E colpire, in via ulteriore, la Russia.
Se l’Iran è l’obiettivo della guerra, allora si può iniziare a capire anche la reale strategia del Pentagono. Incapace di vincere questa guerra, l’unica speranza che ha è di renderla interminabile. Almeno finché i suoi maggiori avversari in Medio Oriente, Iran (appunto) e Russia, decidono di mantenere le sue forze in territorio siriano. C’è una logica in questo e l’ha spiegata bene il Wall Steet Journal in un editoriale che, al netto delle parole utilizzate, dà un quadro diverso di questo conflitto.
“La migliore strategia americana è di sostenere gli oppositori regionali dell’imperialismo iraniano e cercare di trasformare la Siria nel Vietnam dell’Ayatollah. Solo quando la Russia e l’Iran cominceranno a pagare un prezzo più alto in Siria avranno qualche incentivo a negoziare la fine della guerra o addirittura a contemplare una pace basata sulla divisione del Paese in enclavi etniche”.
Un discorso molto interessante che mette al centro quella che era da sempre la strategia di John Bolton: dividere la Siria. Ma che soprattutto inserisce un’altra chiave di lettura nel complesso gioco siriano. E cioè che la guerra, a questo punto, deve continuare non per vincere, ma per costringere Iran e Russia a rimanervi impantanati. Trump vorrebbe ottenere questo scopo facendo anche ritirare le sue forze: massimo risultato col minimo sforzo. Ma è chiaro che non può essere realistico un ritiro immediato dalla Siria.
Una logica perversa? Può darsi, ma a questo punto estremante razionale. Se non puoi vincere, allora non vinca nessun altro. Sembra essere questo l’imperativo del Pentagono e degli alleati. E in effetti, osservando le operazioni del blocco occidentale, qualcosa torna. Perché è inutile dire che quei raid in Siria da parte delle forze occidentali sono stati un semplice show di forza. Così come è evidente che le truppe Usa non sono più, nel nord e nel sud della Siria, per contrastare lo Stato islamico. E ormai le carte sono scoperte. Lo ha detto anche il briefing del Pentagono subito dopo l’attacco: Russia e Iran sono stati considerati quali obiettivi indiretti di quel bombardamento.
La Russia e l’Iran hanno ormai ottenuto una posizione talmente radicata in Siria da averne il pieno controllo. Ma se Mosca ha bisogno soprattutto delle basi, per Teheran è fondamentale avere un governo alleato che unisca il corridoio sciita e che faccia in modo di spezzare la rete di alleanze Usa in Medio Oriente. Ma la loro strategia li ha premiati. Quindi, senza scatenare una guerra diretta, l’unico strumento che resta all’Occidente è far sì che quella guerra diventi infinita. La perdita di miliardi di dollari, di uomini e la distrazione da altri settori, da parte di Mosca e Teheran è già una vittoria da parte dei loro avversari.
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