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Bab el Mandeb è uno dei centri nevralgici del mondo. In questo stretto, che separa lo Yemen da Gibuti e quindi l’Asia dall’Africa  – più precisamente la Penisola arabica dall’Africa orientale – da tempo le potenze mondiali hanno mosso i primi passi. Ed il motivo è evidente: in questo passaggio largo circa 30 chilometri si può controllare il traffico dall’oceano Indiano al mar Mediterraneo. E Gibuti, lo Stato africano che ne controlla la costa, è al centro di una corsa internazionale per accaparrarsi terreni. Ma è anche al centro di una terrificante tratta di profughi dallo Yemen.

La porta del lamento

Il lingua araba, Bab al Mandeb significa “la porta del lamento”. Sull’origine di questo nome ci sono parecchie tradizioni. Secondo una leggenda araba narrata da Yaqut Abdallah al Rumi al Hamawi, geografo del tredicesimo secolo, un re locale decise di far staccare un promontorio che univa le due sponde dello stretto. Le acque, riversatesi sui villaggi, fecero morire migliaia di persone.  Secondo un’altra leggenda, invece, la “porta del lamento” fa riferimento alle grida delle persone affogate durante un terribile terremoto che causò la separazione di Gibuti dalla Penisola arabica.





Le leggende parlano di lamenti di persone inermi uccise dal mare. Ma purtroppo la realtà non è così distante dalle storie narrate dagli antichi cantori locali. Sono decine di migliaia gli yemeniti che dall’inizio della guerra hanno solcato le acque di Bab el Mandeb per salvarsi dall’orrore di quel conflitto. Come ha scritto Al Jazeera, nel 2015, erano già 30mila gli yemeniti che avevano attraversato lo stretto per fuggire nei campi profughi allestiti a Gibuti.

Circa circa 2500, secondo le vecchie stime, le persone che si trovano nel campo profughi di Markazi, nel nord di Gibuti. A 30 chilometri in linea d’aria ci sono coste dello Yemen. Un posto che non ha una bella nomea e sono in molti gli intervistati a pensare che fosse meglio rimanere nel loro Paese devastato dalla guerra piuttosto che vivere in quel campo. 

La tendopoli si trova nel cuore del deserto, tra temperature oltre i 50 gradi d’estate e le iene che circondano il campo nella notte. Come se non bastasse, le tempeste di sabbia devastano periodicamente l’area. Molti sono depressi, mentre i bambini vivono nel terrore. Le sofferenze aumentano e l’assistenza medica del tutto assente. Le Nazioni unite hanno completamente dimenticato questo campo profughi. 

La maggior parte degli yemeniti fuggiti si sente del tutto abbandonata. Gibuti può fare poco. I Paesi arabi, che hanno sconvolto lo Yemen bombardandolo e mandando truppe di mercenari da altri Stati africani e da agenzie private, non hanno accolto i profughi. Le forze ribelli houti, evidentemente, non possono gestire il flusso. E le potenze coinvolte, soprattutto gli Stati Uniti, non hanno interesse.

Campi profughi e basi militari

Gibuti è un posto che si sta trasformando nel simbolo delle guerre del mondo contemporaneo. Da una parte i campi profughi dove i rifugiati fuggono da guerre disastrose e senza fine. Dall’altra parte, la corsa alla costruzione di basi militari che coinvolge tutto il mondo. Italia, Stati Uniti, Cina, Giappone, Regno Unito, Arabia Saudita hanno in mente o hanno già basi sul territorio del piccolo Stato africano. La Turchia un po’ più sopra, in Sudan.

Mentre i governi di tutto il mondo cercano di controllare le rotte navali che passano tra Penisola arabica e Corno d’Africa, quel piccolo tratto di mare è solcato dai profughi dello Yemen. Una delle guerre più sporche degli ultimi anni, combattuta quasi nel disinteresse generale. E Gibuti è l’immagine eloquente del disinteresse del mondo. Nonostante tutte le potenze, a poche miglia dalle coste yemenita, assistono alla devastazione.

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