Dopo l’ennesima strage consumatasi in una scuola, c’è chi negli Stati Uniti ha ripreso ad interrogarsi sulla presenza delle armi nelle case dei cittadini e sulla loro estrema fruibilità, in ogni angolo del Paese. La responsabilità continua ad essere rimpallata da un attore all’altro, senza che nessuno prenda una concreta iniziativa verso la risoluzione del problema.
L’ex presidente Barack Obama aveva assunto la parvenza di una concreta iniziativa da parte dello Stato Centrale al fine di porre un freno ad una piaga sociale che da Boston a San Francisco produce migliaia di vittime ogni anno. Con Trump alla Casa Bianca, vista anche la nota connivenza dei neocon verso le grandi industrie di armi americane, uno dei settori cardine dell’economia del Paese, il peso istituzionale nella battaglia si è percepito in maniera sempre minore, sebbene il presidente abbia commentato dicendo di voler agire per aiutare gli studenti e di mettere in sicurezza le scuole.
In America, tuttavia, gli stakeholders attorno al settore delle armi sono tali da mettere in seria difficoltà proprio le istituzioni, sull’approntare una strategia ottimale per difendere i cittadini da queste aggressioni. L’industria delle armi statunitense ha un giro di affari dalle cifre monstre, che ammonta a circa 210 miliardi di dollari, circa il 60% del totale mondiale, di circa 371 miliardi, sebbene questi numeri registrino da 5 anni un lieve ma costante calo, complice il tetto alla spesa militare inserito durante l’amministrazione Obama.
L’analisi dei numeri della vendita, con ordini di grandezza pari a quelli del Pil di un Paese medio in via di sviluppo, suggerisce ulteriori approfondimenti che riguardano l’approvvigionamento di strumenti finanziari atti a portare avanti l’attività economiche di queste imprese. Ed ecco che il sipario si alza su una serie di investitori, di medie e grandi dimensioni che, Negli Stati Uniti e in giro per il mondo, foraggiano questa fabbrica di morte.
Molte grandi compagnie di investimenti e gruppi bancari tra cui BlackRock, Vanguard e Goldman Sachs, sono finite sotto la lente di ingrandimento dell’opinione pubblica per ciò che riguarda il loro commitment nell’industria bellica, con cifre di un certo rilievo.
Secondo quanto riportato da alcuni canali di ricerca come Ethical Consumer, BlackRock, il colosso degli intermediari di investimento, impegna importanti porzioni dei suoi asset finanziari nei produttori di armi, essendo il principale finanziatore di Sturm Ruger, di cui controlla il 16%, mentre Vanguard ne possiede il 9%; entrambi gli investitori posseggono consistenti quote in American Outdoor (i detentori del marchio Smith&Wesson), mentre BlackRock ha esteso i suoi interessi con quote tra il 5 ed il 10% dei principali produttori di armi in Giappone, azioni acquistate in previsione della rielezione di Shinzo Abe quale primo ministro, vista la sua volontà di riarmare il Paese rimasto senza difese per 70 anni a seguito del trattato di Pace di San Francisco.
Anche Goldman Sachs ha vissuto un momento di “imbarazzo” mediatico a seguito dell’ultimo massacro di Las Vegas, rilanciata dopo i recenti accadimenti della Florida. Il colosso bancario, dice Cnbc, aveva finanziato parte dei 4 miliardi di dollari che hanno concesso a Bass Pro Shops, leader nel settore del commercio di armi al dettaglio, di rilevare la totalità delle quote di Cabela’s, diretto competitor nel medesimo settore. La posizione di GS è stata in un certo qual modo lesa nel momento in cui è venuto alla luce che alcune delle armi usate nella strage di Las Vegas fossero state comperate proprio da Cabela’s; dopo di ciò, l’istituto bancario ha chiesto chiarimenti nella vicenda a Bass Pro, chiedendo un maggiore controllo sugli acquirenti.
L’interesse degli investitori, ovviamente, si muove anche su chi il denaro ce lo mette in maniera diretta. In una recente inchiesta del Chicago Tribune si parla dei fondi pensionistici dei cittadini americani che, in base alla loro diversificazione di portafoglio, contengono importanti quote nelle industrie delle armi. In particolare, si fa riferimento ai 401(k), fondi pensionistici dei contribuenti americani con piani di accumulo che partono dai 18mila dollari, estendibili per quote di ulteriori 54mila.
Molti contribuenti americani, quindi, sono direttamente coinvolti dalla faccenda, vista la diffusione dello strumento e la grande inclinazione degli intermediari a investire nei produttori di armi. Dopo gli ultimi accadimenti della Marjory Stonman High School, molti grossi intermediari stanno facendo pressione sui produttori di armi affinché operino un giro di vite sulle modalità di vendita, inoltre per iniziativa propria, BlackRock e Vanguard stanno cercando di proporre agli investitori delle soluzioni eticamente sostenibili, eliminando dal loro ventaglio di investimenti proprio le società produttrici di armi.
Sempre dall’inchiesta del Chicago Tribune è emerso, tuttavia, che la logica profit-oriented del consumatore renda lo stesso indifferente all’impiego dei propri risparmi in attività eticamente vuote, per il puro e semplice ideale di realizzare un buon guadagno da godere in vecchiaia. Solo i giovani, infatti, sarebbero maggiormente attenti all’investimento “etico”. Dunque una soluzione esisterebbe, ma le opzioni sono ancora poche, e poco accessibili.
Ad oggi, infatti, solo Domini’s funds provvede ad offrire un portfolio di investimenti che escludono i venditori di armi, mentre altri intermediari, come Rappaport Reiches Capital Management, che come etica socialmente responsabile attuano una politica di investimenti che esclude gioco d’azzardo, armi nucleari, pornografia, miniere, tabacco e ricerca sulle cellule staminali, senza tuttavia escludere esplicitamente le armi da fuoco.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.



