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Politica

Macron adesso investe sull’esercito: aumenti di fondi del 40% entro il 2025

La Francia tiene da sempre, e con particolare devozione, alla sua autonomia ed è proprio questo marcato sentimento, figlio dell’amor patrio, che portò de Gaulle a ritirare la flotta francese dalla Nato quando gli americani negarono a Parigi di entrare...

La Francia tiene da sempre, e con particolare devozione, alla sua autonomia ed è proprio questo marcato sentimento, figlio dell’amor patrio, che portò de Gaulle a ritirare la flotta francese dalla Nato quando gli americani negarono a Parigi di entrare a far parte del programma nucleare. L’ex generale francese era consapevole di quanto fosse rilevante lo sviluppo – indipendente – in questo settore, decisamente strategico per gli interessi della nazione. Dopo aver inoltrato richiesta e una volta ricevuta una risposta negativa da Washington, a Parigi si sono subito adoperati per rispondere a tono agli americani. Per questo nel marzo 1959 la flotta francese ormeggiata nel Mediterraneo si ritirò dal comando della NATO e nel maggio di quello stesso anno il generale annunciò poi il netto “no” per quanto riguardava lo stoccaggio in Francia di armi nucleari americane. Nel 1964 le forze navali francesi lasciarono il comando integrato dell’Atlantico e così, il 7 marzo 1966, venne spedita una lettera a Johnson che sancì una svolta nelle relazioni franco-americane. Le parole erano dirette, distanti dal morbido e accomodante linguaggio diplomatico: “La Francia – scriveva de Gaulle al collega americano – si propone di recuperare sul suo suolo l’intero esercizio della sua sovranità, attualmente ostacolata dalla presenza permanente di elementi militari alleati o dall’utilizzo che viene fatto del suo spazio aereo.”

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Leader di altri tempi penserà il lettore. E invece no. Perché quella componente che potrebbe essere riassunta e identificata nel termine “patriottismo”, che ben si concilia con la difesa degli interessi nazionali e che – è doveroso ricordarlo, non è “nazionalismo” – è una conditio sine qua non di chi guida la Francia. Ennesima conferma di quanto Parigi tenga alla sua indipendenza e al suo ruolo egemone in Europa è la notizia che la Francia, entro il 2025, aumenterà la spesa militare del 40%. Il ministro della Difesa Florence Parly ha presentato l’8 febbraio il programma per il budget da investire nelle spese militari e ha confermato che tra il 2019 e il 2025 verranno destinati oltre 295miliardi di euro aggiuntivi con l’obiettivo di modernizzare sia l’esercito che l’arsenale nucleare francese. L’aumento annuale della spesa militare rimarrà pari all’1.7% del Pil fino al 2022 mentre, dal 2023, verrà raggiunta la soglia di spesa del 3%, così da raggiungere e anzi superare la soglia obbligatoria del 2% (che il presidente statunitense Trump vorrebbe veder rispettata da tutti i membri della NATO) . Rimane da sottolineare come in molti abbiano notato che l’aumento del budget per la difesa esploderà quando il mandato di Macron sarà ormai giunto al termine, costringendo così il suo successore a dover gestire la spesa (tutt’altro che indifferente).

Il presidente francese ha comunque parlato di un evento storico e di uno sforzo “senza precedenti” per tutelare “una Francia forte, che sia a capo del suo destino e che protegga i suoi cittadini e i suoi interessi.” Per questo, insiste Macron, è necessario investire nella Difesa: l’unico modo per preservare gli interessi francesi pensando anche e soprattutto alle sfide del futuro. Intanto, in questa cornice, i rapporti tra Italia e Francia si fanno sempre più tesi. Come ricorda Fabio Squillante su Agenzia Nova siamo testimoni di “un contesto di rinnovate tensioni su molti fronti: la missione militare italiana in Niger, tesa a puntellare quel paese e a controllare i flussi migratori tra Sahel e Libia; l’applicazione del “Golden power” su Tim e la sua controllata Telecom Italia Sparkle; il controllo di Leonardo-Finmeccanica, che i francesi vorrebbero fusa (e diluita) con Airbus e Thales; e infine il cosiddetto “Trattato del Quirinale”, che dovrebbe legare ancor più strettamente i destini dell’Italia a quelli della Francia, senza però che si possa aspirare ad un rapporto paritario, simile a quello franco-tedesco.”

Macron, una volta eletto, ha sorpreso molti dei suoi sostenitori. E non sempre in modo positivo. Chissà se i suoi elettori hanno notato che nella foto di rito del presidente francese, dopo l’insediamento all’Eliseo, si possono notare 3 libri dietro la sua figura; di certo non scelti senza criterio. Il primo è “Il rosso e il nero” di Stendhal, il secondo “I nutrimenti terrestri” di André Gide. Il terzo, aperto e che si nota alla sua destra, contiene le memorie del generale de Gaulle. Tra le sue tante frasi celebri rimane scolpita nella storia e più attuale che mai la sua definizione di patriottismo: “Il patriottismo è quando l’amore per il tuo popolo viene per primo; nazionalismo quando l’odio per quelli che non appartengono al tuo popolo viene per primo.”

In Italia ci siamo dimenticati della differenza e il patriottismo viene troppo spesso condannato come nazionalismo, con la conseguenza che a risentirne è stato, è e sarà proprio l’interesse nazionale.

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