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Terrorismo

Catturato responsabile dell’Isis. Ma l’impegno turco arriva tardi

La polizia turca ha arrestato il responsabile della gestione dei media dello Stato islamico degli ultimi quattro anni. Il suo nome è Abdulbasit Abdulaziz Hammud, 22enne di origine siriana, e l’arresto è avvenuto a Kocaeli, La notizia è stata data...

La polizia turca ha arrestato il responsabile della gestione dei media dello Stato islamico degli ultimi quattro anni. Il suo nome è Abdulbasit Abdulaziz Hammud, 22enne di origine siriana, e l’arresto è avvenuto a Kocaeli, La notizia è stata data dall’agenzia turca Dogan, è avvenuto nella provincia di Kocaeli, a pochi chilometri dalla capitale Istanbul. Secondo quanto riporta l’agenzia turca, si ritiene che il terrorista sia giunto in Turchia attraversando il confine nella regione dell’Hatay, quindi il confine mediterraneo turco-siriano, per poi recarsi nella città di Gaziantep. Solo successivamente si sarebbe mosso in direzione di Kocaeli, dove è rimasto fino alla cattura avvenuta in queste ore. Sempre secondo le agenzie, Hammud aveva l’ordine di rimanere “come cellula dormiente”, in una casa affittata che è stata rinvenuta piena di documenti falsi. Un arresto che giunge dopo un giro di vite delle autorità turche che, proprio una settimana fa, erano riuscite a catturare Demet Asar e altri 27 ricercati, si cui uno ucciso durante le operazioni di arresto in uno scontro a fuoco.

L’arresto di oggi è molto importante perché va a colpire uno dei punti di forza dello Stato islamico, ovvero la sua forza mediatica. Ma è anche un arresto che fa riflettere. La prima riflessione che si può fare è quella di capire il motivo dell’arresto di Hammud in questi giorni. È curioso e interessante comprendere il motivo per cui le autorità turche soltanto ora, dopo il semaforo verde all’operazione “ramoscello d’ulivo”, abbiano dato il via a questa stretta nei confronti degli adepti alle bandiere nere. Una domanda che già contiene probabilmente in sé la risposta, e cioè uno dei più classici “do ut des”, tipici della guerra di Siria. Per anni la Turchia ha lasciato fare alle milizie di Daesh quello che volevano. Inutile ricordare le colonne di autocisterne che giungevano nei porti turchi contrabbandando petrolio proveniente dai pozzi siriani presi durante i primi anni della guerra, quando l’esercito siriano perdeva controllo e l’aviazione russa non era ancora intervenuta a sostegno di Damasco. Le dinamiche della guerra hanno poi fatto sì che Mosca intervenisse direttamente sul campo a supporto della resistenza siriana, e questo, unito alla scelta di Washington di sostenere i curdi, ha fatto cambiare idee a Erdogan, che ha preferito mostrarsi alleato della Russia – ma non della Siria – tagliando il sostegno alle milizie islamiste filoturche, in particolare a Idlib, e chiedendo il via libera per attaccare il cantone di Afrin. Erdogan ha ottenuto quello che voleva, ma in cambio deve aver garantito qualcosa in termini di tagli a qualsiasi possibilità di supporto allo Stato islamico. Gli arresti di Abdulbasit Abdulaziz Hammud, di Demet Asar e degli altri 26 detenuti nelle carceri turche legati al terrorismo islamico devono probabilmente essere letti anche in quest’ottica. Uno “scambio” in cui, probabilmente, rientra anche Afrin.





Mentre l’intelligence turca dava il via libera all’arresto di Abdulbasit Abdulaziz Hammud, si fa sempre più strada l’ipotesi che dietro l’esplosione di ieri ad Ankara vicino al ministero delle Finanze ci sia stata la mano di qualcuno e che non si sia trattato di un accumulo di gas, come si era detto nelle ore successive all’incidente. Come riporta Agi, “la prefettura della capitale turca ha emesso un comunicato con il quale si comunica che sul luogo dell’esplosione sono state trovate tracce che fanno pensare all’utilizzo di una bomba”. E ovviamente, l’ipotesi chi fa largo tra i media turchi è che ci sia di mezzo il terrorismo curdo. Non una novità in Turchia, dove i movimenti curdi, soprattutto da quando c’è Erdogan, sono considerate organizzazioni terroristiche. Ma la tempistica fa supporre, anche se non si ha alcuna prova attualmente, che vi sia un collegamento fra la stretta sullo Stato islamico e la bomba ad Ankara di cui si accusano i miliziani curdi. Con Ankara impegnata nell’offensiva contro i curdi nel nord della Siria, è stato facile per le autorità e alcuni media ipotizzare un’associazione con il terrorismo di matrice filocurda, in particolare legato al Pkk alleato delle milizie curdo-siriane oggetto dell’offensiva di Afrin.

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