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Guerra

Dopo l’attacco al cantone curdo Erdogan può trovarsi la guerra in casa

La guerra siriana è entrata in una nuova fase con l’offensiva turca contro il cantone di Afrin, controllato dai curdi del Pyd (unione democratica curda) collegato al Pkk (partito dei lavoratori curdi). Tutto inizia la scorsa settimana, quando gli americani...

La guerra siriana è entrata in una nuova fase con l’offensiva turca contro il cantone di Afrin, controllato dai curdi del Pyd (unione democratica curda) collegato al Pkk (partito dei lavoratori curdi).

Tutto inizia la scorsa settimana, quando gli americani dichiarano la loro intenzione di formare una milizia locale partendo dalle milizie curde. Annuncio accompagnato da un altro, non meno dirompente: la presenza americana in Siria è destinata a perdurare.





Damasco, Teheran e Mosca protestano per quella che ai loro occhi è una illegittima occupazione del territorio siriano. Ma l’allarme rosso scatta anche altrove, in Turchia.

Recep Erdogan da tempo ha ingaggiato guerra contro le organizzazioni curde, in particolare il Pkk e del Pyd. Una guerra vinta in patria, con conseguenze nefaste per la minoranza curda.

L’annuncio di Washington per il presidente turco rappresenta una sfida esistenziale: se l’America arma i curdi cambieranno i rapporti di forza. Erdogan rischia di trovarsi la guerra in casa con conseguenze destabilizzanti per la Turchia.

Da qui l’offensiva contro il cantone curdo di Afrin, che ha avuto luce verde da siriani e russi, per motivi convergenti.

I siriani stanno conducendo un’offensiva contro l’area di Idlib controllate da al Nusra (al Qaeda), ultimo baluardo delle milizie jihadiste anti-Assad in territorio siriano, sotto la diretta influenza turca.

Proprio tale circostanza aveva messo Ankara in urto diretto con Damasco, col rischio di uno scontro aperto, che però non voleva nessuno dei due contendenti perché avrebbe determinato il collasso dell’asse costruita ad Astana, dove sotto l’egida russa da tempo si svolgono negoziati tra Turchia e Iran (e Siria, per procura russa) per sciogliere i nodi della guerra siriana.

L’annuncio americano ha risolto la crisi di Idlib: Erdogan ha infatti deviato le sue attenzioni verso i curdi, minaccia ai suoi occhi molto più concreta.

Conseguenza di nuovo orientamento turco un accordo con Damasco, che ha dato il via libera alla campagna turca contro Afrin in cambio di Idlib. Simbolico, in tal senso, che nel giorno in cui è scattata l’offensiva contro i curdi l’esercito siriano abbia conquistato l’aeroporto di Abu al-Duhur, nodo nevralgico di Idlib.

Uno scambio che ha trovato il placet di Mosca, che ha ritirato i suoi militari stanziati nel cantone curdo. Uno sviluppo che sia i russi che i siriani hanno tentato di evitare proponendo ai curdi di trovare un accordo con Damasco; cosa che avrebbe dissuaso i turchi dall’iniziativa bellica (vedi al monitor).

Proposte respinte al mittente, dal momento che i curdi si sentivano forti dell’appoggio americano. Un sostegno che però si sta rivelando meno solido del previsto..

Evidentemente spiazzati dall’iniziativa turca, gli Stati Uniti, per bocca del ministro della Difesa James Mattis e del Segretario di Stato Rex Tillerson hanno mutato atteggiamento, esprimendo comprensione per le ragioni turche sottese alla campagna di Afrin.

Tanto da offrire alla Turchia un corridoio smilitarizzato di 30 km ai suoi confini. Un’offerta che converge con certe aspettative di Ankara, ma che ad oggi a Erdogan non sembra bastare.

Significativo in tal senso che per tutta risposta alle aperture statunitensi il presidente turco si sia recato in visita al centro di comando che coordina le operazioni militari in territorio siriano.

Probabile che Erdogan non si proponga solo di eliminare la minaccia (o ritenuta tale) curda, ma voglia anche rilanciare la sua immagine con un successo sul piano militare; com’è probabile che con tale iniziativa voglia riproporre la sua influenza in territorio siriano, destinata a finire con la caduta di Idlib.

Proprio tale prospettiva preoccupa Damasco, che sebbene abbia dato un tacito placet all’operazione turca, teme che Erdogan non si accontenti di una campagna a breve termine, ma voglia rendere permanenti eventuali conquiste di territorio siriano.

Da qui le proteste preventive di Damasco, tese a ricordare all’imprevedibile alleato che essa ritiene non negoziabile l’integrità territoriale siriana.

Tante variabili in questo complicato puzzle: anzitutto non è affatto scontato il successo dell’operazione turca, stante l’organizzazione delle milizie curde e gli eventuali sostegni esterni che potrebbe ricevere.

Un fattore che potrebbe determinare una limitazione delle ambizioni di Ankara, la quale potrebbe accontentarsi della creazione di un corridoio di sicurezza ai suoi confini, come da offerta americana e come da tempo chiesto dallo stesso Erdogan.

Non secondaria la variabile legata all’orientamento del Pyd (e del Pkk): in questa guerra sono stati con tutti e con nessuno, (compresa al Nusra) pur di ottenere spazi alla nascita del sospirato Rojava, lo Stato curdo in territorio siriano. L’ultima giravolta, che li ha visti affiancati agli Stati Uniti, non sembra avergli portato molta fortuna.

Come resta da vedere l’atteggiamento Usa, finora ambiguo, stante la contrapposizione tra due alleati degli Stati Uniti (così la portavoce del Dipartimento di Stato Usa Heather Nauert alla conferenza stampa del 16 gennaio).

Più problematiche le parole del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, che ieri ha dichiarato che la Turchia ha «il diritto di difendersi» ma «in maniera proporzionale e misurata» (Le Figaro). Ovvero: bombardate ma non troppo.

I curdi devono aver capito che qualcosa non va nei loro rapporti con “l’alleato” americano. Tanto che ieri sul sito web delle autorità curde di Afrin è apparso questo comunicato ufficiale: «Chiediamo allo Stato siriano di adempiere ai suoi obblighi sovrani nei confronti di Afrin e proteggere i suoi confini con la Turchia dagli attacchi degli occupanti turchi […] e schierare le forze armate siriane per proteggere i confini dell’area Afrin» (Reuters).

Come detto, Damasco e Mosca avevano tentato di evitare ai curdi il triste destino che incombe, proponendo loro anche un Rojava nell’ambito di uno Stato federale siriano (vedi Piccolenote). Senza trovare riscontro. C’è il rischio che l’ennesimo ripensamento curdo sia avvenuto troppo tardi.

Si potrebbe concludere che chi è causa del suo mal pianga se stesso. Ma sarebbe davvero poco appropriato: c’è il rischio di un bagno di sangue. E va evitato. Questo almeno sarebbe il compito della comunità internazionale.

Purtroppo da sei anni l’Occidente è fossilizzato su di un’unica prospettiva riguardo il destino siriano: Assad se ne deve andare. Non riesce a balbettare altro che questo. Tale la potenza di una narrativa che ha offuscato menti e oscurato le tante e complesse variabili del conflitto siriano.

Come per altre fasi di questa lunga guerra, l’attuale potrebbe facilmente risolversi in un dialogo tra Mosca e Washington. Ma ciò è impedito dalla potenza della narrativa di cui sopra, che purtroppo blocca ogni possibilità in tal senso.

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