“Un missile balistico si sta dirigendo verso l’arcipelago, mettersi immediatamente al riparo. Non è un’esercitazione”. Questo il testo del messaggio standard che ha terrorizzato – per errore di procedura – gli abitanti delle Hawaii il 13 gennaio scorso: ma cosa sarebbe accaduto se un missile balistico intercontinentale fosse stato lanciato veramente su Honolulu, e avesse colpito l’isola in preda al panico sotto l’urlo inquietante delle sirene antiaeree?
Secondo Jeffrey Lewis, professore e osservatore del controllo delle armi di Middlebury, la Corea del Nord avrebbe scelto di lanciare (probabilmente) “la testata più grande che ha testato fino ad ora” tramite un Icbm capace di coprire con la sua autonomia i 7.400 chilometri che separano i vettori nordcoreani dall’arcipelago americano nella regione del Pacifico. La testata – basandosi sulle stime dei rilevamenti effettuati dopo i test effettuati – avrebbe sprigionato l’equivalente di alcune centinaia di chilotoni di Tnt, che, secondo un ordine di grandezze, comporterebbe un effetto più devastante di quello sprigionato dalle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki.
Uno strike nucleare portato con successo su un punto qualsiasi nell’arcipelago della Hawaii – estremamente isolato – renderebbe praticamente impossibile una rapida ed adeguata evacuazione, e probabilmente complicherebbe, in maniera letale, ogni sforzo del governo per fornire assistenza medica o di qualsiasi altro genere. I soccorsi potrebbero intervenire solo 48 ore dopo l’esplosione, e nel frattempo i venti forti che prevalgono sull’arcipelago potrebbero disperdere le radiazioni in maniera imprevedibile. Secondo Lewis inoltre, la preponderanza di abitazioni costruite in legno (se l’obiettivo fosse stato Honolulu ad esempio) avrebbe provocato una tempesta di fuoco capace di superare essa sola la distruzione provocata dalla testata ‘Little Boy’ – sganciata su Hiroshima e detonata a 2.000 piedi sopra la superficie terrestre. L’esplosione ad altitudine elevata infatti, aumenta la quantità di pressione e la distruzione esplosiva, ma limita il fallout.
Secondo le variabili considerate e inserite nel programma Nukemap– appositamente sviluppato per approssimare la devastazione degli eventi nucleari – emerge la prospettiva inquietante dell’uccisione di quasi 158.000 persone e del ferimento di altre 173.000 durante la sola esplosione. Ma ci sarebbe scampo?
Secondo gli esperti del programma di salute fisica e radioprotezione della Georgetown University, all’esplosione sarebbero sopravvissuti soltanto coloro che avrebbero trovato il tempo di mettersi al sicuro in un rifugio antiaereo sotterraneo, purché provvisto di con aria condizionata, cibo e acqua a sufficienza per resistere alcuni giorni. Questo non vorrebbe dire necessariamente scampare al fallout radioattivo, capace di mietere vittime anche a centinaia di chilometri di distanza, ma sarebbe una rassicurante probabilità di sopravvivenza. I principali radioisotopi nocivi che colpirebbero nel fallout sarebbero lo iodio 131 e il cesio 137, ma secondo gli esperti “Un paio di settimane trascorse al sicuro sarebbero sufficienti” – sempre a condizione di non avere alcun contatto con l’esterno.
Le congetture sul modo in cui la Corea del Nord impiegherebbe una testata nucleare, trasportata su un missile balistico intercontinentale Hwasong-15, sono discordanti: secondo alcuni analisti, gli ingegneri di Pyongyang non possiederebbero le tecnologie barometriche adatte a far detonare una testata all’altitudine ‘ottimale’; altri invece sono convinti che la testata verrebbe fatta esplodere ad un altitudine compresa tra i 1.000 e i 2.000 piedi. In entrambi i casi, le conseguenza per l’obiettivo – si pensi a Pearl Harbor – e quelle che scatenerebbe la pronta risposta dei bombardieri B-2 schierati a Guam come ritorsione, sarebbero disastrose per l’intera regione del Pacifico e forse per il mondo intero.
Ciò che il “falso allarme” delle Hawaii ha evidenziato, è che in caso di un vero attacco, solo un numero marginale di persone ad oggi sarebbero veramente in grado di mettersi in salvo e di sopravvivere ad un attacco nucleare. Questo potrebbe portare al ritorno di una vecchia moda della Guerra fredda: quella di costruirsi un rifugio in cemento armato al posto della cantina, e di riempirlo di cibo in scatola; del resto quei 38 minuti di paura, la mattina del 13 gennaio, devono aver fatto riflettere molto a fondo gli americani che vivono nel paradiso terreste della Hawaii.
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