Quando le sirene hanno lanciato l’allarme di un attacco alle Hawaii, il tempo si è fermato. Sono stati 38 minuti, ma probabilmente, per qualcuno, quei minuti sono stati ore. In quel momento, tutti, tranne forse l’autore dell’errore umano che ha causato il falso allarme, hanno temuto che gli Stati Uniti fossero sull’orlo di una guerra. Una guerra che avrebbe trascinato il mondo in una spirale di violenza difficilmente preventivabile. Mentre le sirene risuonavano nell’arcipelago del Pacifico e i cittadini temevano che il loro paradiso potesse scomparire, Trump era nel suo resort in Florida giocando a golf e non ha voluto commentare pubblicamente quanto avvenuto. I critici hanno immediatamente accusato il presidente di aver sbagliato a non rassicurare la popolazione, né durante né dopo il falso allarme. Trump era stato immediatamente avvertito della falsità dell’allarme e, secondo i critici, aveva il dovere di comunicare subito alla popolazione delle Hawaii e degli Stati Uniti l’assenza di una minaccia. In fondo il ruolo del commander-in-chief è anche questo: presentarsi al popolo e dare sicurezza. E forse un gesto del genere avrebbe aiutato il già difficile rapporto del presidente con i media, che non aspettano altro che un passo falso di The Donald per attaccarlo. Ma questo è quanto avvenuto e non si può tornare indietro. L’unico dato certo è che un lembo di America, il più estremo Stato dell’Occidente, è piombato, per più di mezz’ora, nell’incubo nucleare. Un incubo che a molti ha ricordato l’abbattimento del volo Korean Air Lines 007 (noto anche come KAL007) da parte di un intercettore sovietico non lontano dall’isola Moneron, a ovest della penisola di Sachalin. In quel disastro morirono 269 persone. Reagan, come ricorda il Corriere della Sera, non lesse il rapporto della Cia dicendo che fu un errore dei russi, mentre a Mosca ritenevano che gli Usa stessero mentendo per giustificare un attacco punitivo. Fortunatamente, ogni intervento militare fu evitato.
Il clima di oggi non è troppo diverso da quello della Guerra Fredda. Sono cambiati gli interpreti, ma quel clima di tensione che vede coinvolti gli Stati Uniti e i suoi rivali è sempre vivo. Trump e Kim, va detto, non hanno fatto molto per evitare che si giungesse a questo senso di precarietà. Kim Jong-un fa dei test missilistici e delle minacce atomiche un mezzo di propaganda per accreditarsi come leader di una potenza nucleare e cerca strategicamente la garanzia sulla sopravvivenza del suo regno. Non attaccherà mai i nemici della Corea del Nord, perché sa che verrebbe annichilito. Tuttavia esiste sempre un’incognita, impossibile a prevedersi, che può cambiare le sorti di un conflitto latente. Donald Trump, dal canto suo, non ha mai evitato di minacciare la Corea del Nord dicendo di scatenare “fuoco e fiamme” sul suo territorio. E l’ultimo, triste, scambio di battute, sul pulsante nucleare “più grosso” ha certificato in un certo senso anche questo sdoganamento del concetto di guerra atomica. Altro scambio di battute evitabile nel momento di riavvicinamento delle due Coree e con l’approssimarsi del vertice di Vancouver in cui gli Stati Uniti e il Canada, quasi come una sfida, hanno riunito gli Stati partecipanti al comando delle Nazioni Unite della missione in Corea nella guerra del 1950. Il tutto nel quadro del nuovo programma bellico dell’amministrazione americana che, di fatto, aumenta il rischio di una guerra atomica, con l’apertura a un rinnovato armamentario nucleare che abbia un potenziale ridotto adatto a conflitti periferici. Armi che probabilmente non saranno mai usate, ma che definiscono un quadro in cui l’utilizzo di questi arsenali non è escluso.
In questo clima di tensioni e di incapacità di comprendere la profondità del problema, un falso allarme come quello delle Hawaii rischiava seriamente di compromettere il titanico lavoro svolto dalle diplomazia mondiale per cercare di ridurre al minimo il rischio di un conflitto. Perché purtroppo, nel clima di sfiducia totale che intercorre fra Stati Uniti d’America e Corea del Nord, non si può prevedere totalmente la reazione dell’avversario. Finora i test missilistici di Kim sono stati sempre intercettati e si capiva da subito che fossero tali e non attacchi. Ma ci possiamo domandare cosa sarebbe successo se a Pyongyang, come accadde a Mosca dopo la risposta americana all’abbattimento del KAL007, qualcuno avesse pensato al falso allarme come a un tentativo Usa di attaccare preventivamente la Corea del Nord. E intanto, nel pomeriggio di ieri, un altro falso allarme, questa volta in Giappone, ha fatto scattare il panico tra chi seguiva la televisione nazionale Nhk. Troppi errori in un mondo che non può permetterseli.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.



