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Politica

Quel museo che condanna le atrocità del comunismo

Oggi le sinistre europee sfruttano contro le forze di destra l’arma della scorrettezza politica, additando come fascista tutto ciò che il pensiero ultra-progressista non approva, de facto ponendo un ricatto storico e politico nei confronti delle forze moderate, operando spesso...

Oggi le sinistre europee sfruttano contro le forze di destra l’arma della scorrettezza politica, additando come fascista tutto ciò che il pensiero ultra-progressista non approva, de facto ponendo un ricatto storico e politico nei confronti delle forze moderate, operando spesso una vera e propria censura verso queste ultime.

L’ alternanza, durante il Ventesimo secolo, delle due più atroci dittature riconosciute dalla modernità, è valsa probabilmente soltanto in fieri. Post-mortem, la condanna delle efferatezze provocate dal Nazismo e dal Comunismo hanno avuto una evidente disparità di giudizio, così come di memoria, individuale e collettiva. 





Il ricordo delle sei milioni di vittime dei lager nazisti, tra ebrei, zingari, omosessuali e diversamente abili resta consolidato nella coscienza pubblica, grazie anche alla famosa giornata della memoria fissata per il giorno 27 gennaio che, puntuale ogni anno, rinnova il ricordo delle atrocità consumate dai militari tedeschi delle SS durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale. 

Molto meno si conosce dei Gulag, i famosi campi di lavoro dell’Unione Sovietica e dei suoi numerosi Stati Satelliti, nei quali decine di milioni di dissidenti nei confronti del regime comunista hanno perso la vita, sfiancati dal lavoro e denutriti. 

A ricordare una parte di queste nefandezze ci ha pensato l’Ungheria, lo stato del “pericoloso” nazionalista Viktor Orban, che si è fatto promotore della creazione della “Terror Haza”, la Casa del Terrore, nel centro di Budapest; la Casa del Terrore in quanto museo sorge negli ambienti che, fino alla caduta del regime di Imre Nagy per mano dei sovietici nel 1956, fu la sede della Államvédelmi Hatóság, nota anche comeÁVH, la polizia segreta del regime ungherese, dove centinaia, forse migliaia di dissidenti ungheresi, sono morti sotto atroci sofferenze nelle segrete ancora oggi visitabili nello scantinato dello stabile, unica sezione dell’edificio volutamente non intaccata da rinnovamenti architettonici, così da mostrare la crudezza e la crudeltà consumate in tali ambienti. 

Durante tutti i quattro piani dell’esposizione è possibile osservare molte testimonianze delle atrocità perpetrate dal Movimento Ungarista delle Croci Ferrate, che ha governato in Ungheria dall’occupazione nazista del 19 marzo 1944 fino all’invasione sovietica del 1945, e di quelle condotte dal 1945 fino alla caduta del Comunismo del 1989, da parte del Partito Comunista Ungherese, che proprio a seguito della seconda invasione dei carri armati sovietici ordinata da Kruscev nel 1956 si macchiò di efferati crimini e dello sterminio di decine di migliaia di protestanti, soprattutto studenti ed operai. 

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Lungo la parete esterna dell’edificio campeggiano i volti di alcune delle vittime di questi regimi, così come in cima all’edificio è esposta la scritta: “Terror”, intermezzata dai simboli dei due movimenti dittatoriali, una croce frecciata ed una stella. 

Nel percorso della mostra si racconta che circa 700mila ungheresi subirono un tragico destino nelle prigioni o nei gulag costruiti in lungo ed in largo in tutto il territorio sotto l’influenza comunista, calpestando sotto i propri piedi una moquette che rappresenta il percorso di questi sventurati, lungo una mappa del terrore che si estende dalla Jugoslavia titina alle fredde steppe siberiane. 

La Casa del Terrore è un monumento alla memoria di tutti coloro i quali sono stati tenuti prigionieri, torturati e uccisi in tale edificio. Il Museo, pur presentando gli orrori in modo tangibile, intende anche far capire alla gente che il sacrificio per la libertà non è stato vano. In definitiva, la lotta contro i due sistemi più cruenti del XX secolo si è conclusa con la vittoria delle forze di libertà e indipendenza.

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