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Politica

Un anno di Donald Trump

Donald Trump è il presidente più inaspettato della storia politica degli Stati Uniti. Candidatosi tra l’ilarità di giornalisti e commentatori, ha saputo individuare le istanze dell’America profonda come nessuno aveva fatto prima. Se Cristopher Lasch nel suo La rivolta delle...

Donald Trump è il presidente più inaspettato della storia politica degli Stati Uniti. Candidatosi tra l’ilarità di giornalisti e commentatori, ha saputo individuare le istanze dell’America profonda come nessuno aveva fatto prima. Se Cristopher Lasch nel suo La rivolta delle élite ha letto per primo la contrapposizione che avrebbe segnato le competizioni elettorali della democrazia contemporanea, il tycoon ha perfettamente incarnato le ragioni economiche, sociologiche e sociali che stanno muovendo il popolo in direzione contraria rispetto ai desiderata dell’establishment.1461133413-1461133364-12

E il trumpismo, come tutti i fenomeni politici, non è stato inventato dalla sua emanazione pratica: Trump ha interpretato un sentimento già esistente, lo stesso coltivato nelle miniere del Midwest, nelle chiese evangeliche, sulle impalcature di Detroit, nelle frustrazioni sfogate nelle sale da biliardo dell’Ohio, negli ascensori degli uffici pubblici della West Virginia, dove la classe media è scomparsa dalle statistiche, e nel desiderio di tranquillità di chi vive nelle zone di frontiera.





Come quando, nella Quicken Loans Arena di Cleveland, il 6 agosto del 2015, Donald Trump ha iniziato nella sua opera di destrutturazione delle candidature partitiche dei repubblicani. Jeb Bush, il fratello mite della famiglia, con un piede e mezzo nella Casa Bianca, è a mano a mano scomparso dai sondaggi:  “Low energy”, lo definiva Trump, intuendo che gli States erano esausti della successione per quota legittima dei potentati familiari. Marco Rubio, l’Obama  del Gop, un migrante cubano membro di una famiglia perseguitata dalla dittatura comunista, spazzato via dai suoi difetti mediatici e dalla sua contiguità con i neocon. E poi Mitt Romney, John Kasich, Paul Ryan, lo stesso George W.Bush: candidati ed esponenti di punta del mondo repubblicano, messi all’angolo dagli elettori per aver perso i contatti con la realtà sociale ed aver “tradito” -direbbe Lasch- le istanze della democrazia. Solo Ted Cruz è riuscito a contrastarlo, uno che in campagna elettorale ha cotto il bacon sulla canna di un mitra.

“Guadagnano fortune e non pagano le tasse” – osava dire Trump durante la cavalcata che lo porterà alla presidenza- “Questo è assurdo, la loro è solo un’economia di carte. Non siete voi ad aver costruito questo paese”. Mentre il Tycoon attaccava la speculazione finanziaria, il New York Times gli assegnava il 7% di possibilità di vittoria contro Hilary Clinton. La candidata dem è il simbolo di quello che Alain de Benoist chiama “godimento assoluto della società capitalista”. Il prodotto di quella globalizzazione che, sempre per il filosofo francese, “produce molti vincitori tra le élite, ma milioni di perdenti nel popolo, il quale comprende per di più che la globalizzazione economica apre la strada alla globalizzazione culturale, suscitando al tempo stesso nuove frammentazioni”. Nonostante gli scandali sessuali, le gaffes, le accuse di prossimità alla Russia di Vladimir Putin, Donald Trump è riuscito a vincere le elezioni. Una campagna elettorale perfetta, basata sul concentrare su se stesso le attenzioni di tutti i media. Soprattutto quelle negative.

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Il “purché se ne parli” si è declinato nella presenza costante di The Donald nelle notizie d’apertura di tutti i telegiornali del globo terrestre. E assieme al personaggio Trump, sono passati i messaggi che il candidato repubblicano, ma che i repubblicani hanno odiato, voleva che passassero: la lotta all’immigrazione incontrollata, la restituzione della priorità alle logiche dell’economia interna, piuttosto che ai trattati internazionali, il repulisti della legislazione di Obama in materia commerciale, sanitaria e bioetica, il ripristino di un ruolo centrale negli equilibri geopolitici mondiali per gli States, l’ammissione di aver sbagliato ad interferire nei processi politici di nazioni mediorientali e nordafricane che Obama, i Clinton e i Bush avevano posto al centro della politica estera a stelle e strisce. Nonostante la guerriglia messa in atto dai media, Hollywood, la Silicon Valley, i fondi miliardari della Clinton Foundation, LeBron James e le altre stelle dello sport, la discesa in campo dei coniugi Obama, di Bernie Sanders e di praticamente tutti i leader politici occidentali, Donald Trump è riuscito in un capolavoro politico che difficilmente avremo la possibilità di raccontare di nuovo. Almeno per mezzo della stessa incredulità. Il regista di quest’operazione è quel Steve Bannon che ha letto Julius Evolaed  ha “dediabolizzato” le istanze dell’Alt-Right, infiocchettandole con una cravatta rossa repubblicana.

Nelle mappe interattive della Cnn, la sera dell’8 novembre del 2016, il Rust Belt ha cambiato così colore tingendosi di rosso e le proiezioni dei sondaggisti sono diventate ufficialmente carta straccia, suscitando attimi di panico e sindromi da isteria collettiva all’internazionale progressista tutta. Si è arrivato, alcuni lo ricorderanno bene, a mettere in discussione il suffragio universale.

Ma la presidenza degli Stati Uniti d’America non è un rally in una fabbrica del South Carolina: il deep State è potente e domina le logiche interne della politica statunitense più di quanto Trump probabilmente si aspettasse durante la campagna elettorale. E a fare da sfondo ad un quadro già compromesso dall’eccezionalità di un presidente osteggiato dal suo stesso partito di riferimento al Congresso, c’era (e c’è) il Russiagate e le implicazioni che un’inchiesta del genere ha comportato. Il presidente antielitariosi è appiattitonel tempo addosso alle posizioni dei generali e degli uffici ministeriali della Casa Bianca, abbandonando progressivamente lo spirito originario della sua candidatura. Il terzo paradigma di Huntington, quello per cui gli Stati Uniti hanno, tra le scelte presenti nel proprio paniere, quella di concentrarsi unicamente sul proprio destino, è venuto meno del tutto. Riposto nel dimenticatoio, così come c’è finito Steve Bannon dopo i fatti di Charlottesville.

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La svolta neocon di Trump si è concretizzata con il cambio di posizione sulla Siria di Bashar Assad, prima difesa nella sua legittimità costituzionale, poi aggredita secondo i diktat del’Onu e dell’establishment militare, nell’accentuazione della critica alla politica nucleare dell’Iran e nell’affiorare di quel legame con gli emirati arabi, gli stessi stati attaccati da The Donald durante la sua scalata presidenziale per gli affari con i Clinton e per l’oscurantismo islamico derivante dall’interpretazione letterale del Corano. Del programma elettorale sovranista di Trump, ad oggi, restano soprattutto i buoni fondamentali economici espressi dalla borsa di Wall Street, segno che quell’élite finanziaria tanto osteggiata non ha trovato questo mandato presidenziale così prodigo di ostracismi nei suoi confronti. E rimangono lo stralcio di alcuni trattati commerciali e il travel ban, per quanto quest’ultimo sia stato in parte rivisto e bloccato proprio in questi giorni. 

Sono in continuità, quelle sì, le azioni della gran parte dei media tese a screditare la presidenza trumpista. Nessun presidente degli Stati Uniti aveva mai subito una stampa così negativa. Neppure Nixon durante il Watergate. Gli inchiestisti d’America sembrano ossessivamente concentrati nel ricercare qualunque dettaglio, sia esso relativo alla vita privata o a quella pubblica del presidente, possa servire all’avvio della procedura di impeachment o a una crisi presidenziale tout court. Stesso trattamento proviene, poi, da Hollywood e dall’entertainment sportivo americano. Persino Larry Flint, il re del porno, ha messo a disposizione 10 milioni di dollari per inguaiare definitivamente il presidente degli Stati Uniti.

onald Trump, un po’ piazzista politico, un po’ “populista”, nel senso di leader carismatico in possesso delle chiavi emotive del popolo, sicuramente in grado di orientare al bisogno il suo modus operandi, osserva sornione l’agitarsi di quella “power élite” – direbbe Wright Mills- che proprio non riesce ad accettare l’ascesa al potere di un uomo che rappresenta la smentita pratica a tutti i teoremi infallibili degli “Harvard Bastards”, a tutte le prediche sulla “società aperta” di George Soros e simili neoliberal. Il fronte caldo coreano, tuttavia, esemplifica perfettamente l’avvento di quella nuova multipolarità geopolitica a cui gli Stati Uniti non erano più abituati: parti del mondo hanno acquisito il potere di fare la voce grossa anche nei confronti del gigante americano.

Donald Trump deve scegliere, ancora una volta, se “far tornare grande l’America” mediante modalità tipicamente muscolari o se tornare alle origini del suo percorso, rivalutando la visione di Bannon in politica interna e concentrando i suoi sforzi nella lotta commerciale allo strapotere cinese. Un bivio geopolitico del quale, per ora, Trump non ha scelto la strada, decidendo di farsi guidare dall’opportunità del momento e sul quale, con ogni probabilità, The Donald si giocherà il futuro alla Casa Bianca. Sempre che il Russiagate o qualcos’altro, sia chiaro, non riescano a mettere il tycoon al muro. Il che sarebbe metaforicamente una beffa per chi, proprio grazie alla propagandata costruzione di un muro e alle presunte malefatte altrui, aveva costruito le basi della sua fortuna politica. 

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