Un esercito di troll pagati con 100mila dollari dal Cremlino per inondare i social di fake-news e di account che sostenevano Trump come presidente degli Stati Uniti? No. Secondo la ricerca svolta per Buzzfeed da Daniel Kreiss, professore associato alla Scuola di media e giornalismo dell’Università della Carolina del Nord, e Shannon McGregor, docente al dipartimento di comunicazione dell’ Università dello Utah, dietro alla vittoria del presidente Trump non ci sarebbe affatto il progetto sinistro della Russia, ma proprio gli stessi maggiori siti internet e social network come Facebook, Twitter e Alphabet (holding cui fa capo Google), che infatti adesso sono stati richiesti al Senato federale per alcune dichiarazioni a riguardo.
Secondo quanto sostenuto da Kreiss e McGregor, una parte molto rilevante del miliardo di dollari investito dal comitato di Trump per la propaganda sul web ha avuto come obiettivo proprio la pianificazione di pubblicità mirate sui social network. A confermare questo contributo diretto dei migliori dipendenti di Facebook e Google a questa strategia repubblicana, è stato lo stesso direttore della campagna internet, Coby, che ha rivelato come i repubblicani abbiano richiesto ai colossi di internet di inviare membri dei loro staff per costruire una macchina di annunci pubblicitari e spot elettorali che fossero perfetto per determinati segmenti di elettorato. Una strategia che aveva scelto la stessa Hillary Clinton, che poteva contare su una pianificazione molto più ramificata e molto più potente che Donald Trump ha iniziato ad utilizzare solo in seguito e soltanto in maniera ridotta rispetto a quanto fatto dalla candidata democratica.
Insomma, parlare del Cremlino e dei 100mila dollari per creare account falsi, appare veramente ridicolo. Stando alla ricerca dei due docenti nordamericani, il sistema propagandistico Usa è stato molto più complesso e proficuo rispetto a quello raccontata dai media mainstream sull’elezione di Trump e le infiltrazioni di Mosca. I maggiori siti internet, al contrario avevano tutto da guadagnare dall’elezione dell’uno o dell’altro presidente. E nonostante i proclami di Zuckerberg & co. che da sempre si sono dichiarati contrari al nuovo presidente degli Stati Uniti, hanno guadagnato miliardi di dollari e agganci politici. La campagna elettorale Usa ha portato nelle casse dei maggiori siti internet e social network una cifra intorno ai due miliardi di dollari. Agli incassi dovuto al pagamento per il servizio professionale reso, si aggiungono poi gli introiti derivanti dai famigerati click. Più lo spot è appetibile e cucito sul target elettorale, più viene cliccato. Pù riceve click, più lo spot fa guadagnare il sito che lo inserisce. E quindi, per Google, Facebook, e gli altri siti, un’ulteriore quantità di introiti. Sul fronte politico, i motivi sono ineludibili: è innegabile che per un sito internet mondiale avere un presidente che ha vinto anche grazie a quel sito si traduce in un appoggio politico inossidabile. Il sistema politico statunitense si basa sul lobbismo, e anche internet, orma un sistema composto di multinazionali con bilanci che fanno impallidire anche quelli di alcuni Stati, ha interessi enormi nell’essere sostenuta dall’amministrazione americana.
Quanto tutto questo abbia inciso sull’elezione di Trump o sul voto per Hillary Clinton, non è dato saperlo. È impossibile oggi quantificare l’importanza dei siti internet rispetto ad altri sistemi più o meno tradizionali che continuano a fare la differenza in vaste aree dell’elettorato mondiale. Di sicuro c’è però un dato che la ricerca pubblicata su Buzzfeed lascia chiaro a tutti. Di fronte al denaro di Trump, i presunti attivisti democratici leader dei maggiori siti con base negli Stati Uniti sono stati molto meno duri di quanto appare sulla stampa. L’esempio di Mark Zuckerberg e della sua sfida a Trump è paradigmatico. Per mesi il creatore di Facebook ha vestito i panni del paladino dei diritti degli immigrati irregolari messicani contro il muro voluto dal presidente degli Stati Uniti in campagna elettorale. E Donald Trump ha sempre accusato Facebook di avere organizzato un boicottaggio mediatico contro di lui. Ora, si scopre che in realtà il loro scontro sia molto più pubblicitario che reale. Miliardi di dollari e lobbying sembrano essere molto più concreti e utili di battaglie politiche astratte. E Trump, dal suo punto di vista, non può certo negare che i social network l’abbiano aiutato eccome nella scalata alla Casa Bianca.
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