Il viaggio di Salman bin Abdulaziz a Mosca ha sancito la vittoria di Vladimir Putin in Medio Oriente. Il presidente russo ha vinto in Siria, puntando su Bashar Al Assad quando tutti ormai lo davano per morto. Ha vinto sul campo della diplomazia, creando colloqui paralleli ad Astana, assieme a Iran e Turchia, per ricomporre la crisi siriana. Ha vinto contro gli Stati Uniti, impegnati fin dal 2011 a sostenere i cosiddetti ribelli moderati. Putin, insomma, si è preso il Medio Oriente. Non c’è Paese che non si appelli a lui.
Israele, nonostante non tolleri l’alleanza tra Mosca e Teheran, non può non sostenere il leader russo, anche perché sa che solo lui può tenere a bada gli ayatollah e i loro alleati sciiti, in primo luogo gli Hezbollah libanesi. Teheran stesso non può che guardare con simpatia a Mosca e vedere nel Cremlino un protettore, pronto a difenderlo sull’accordo sul nucleare, ora messo in dubbio dalla Casa Bianca. La Siria lo deve ringraziare e, non a caso, il suo volto compare in quasi tutte le strade del Paese assieme a quello di Asasd e Hassan Nasrallah, il leader del Partito di Dio. Il Qatar ha visto nella Russia una sponda diplomatica durante la crisi con i Paesi arabi e perfino la Turchia di Recep Tayyip Erdogan ha dovuto fare marcia indietro e trovare un accordo con Mosca, nonostante gli interessi divergenti sulla Siria.
Negli ultimi anni, Putin e Sergei Lavrov hanno giocato una partita a scacchi in Medio Oriente. E, ora, è arrivato il momento dello scacco matto.
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