L’ennesima strage americana, questa volta a Las Vegas, la rivendicazione – ancora molto dubbia – dello Stato islamico, e le accuse contro Donald Trump per avere “benedetto” in campagna elettorale la libertà nell’uso delle armi come cardine costituzione degli Stati Uniti d’America. Sembra un copione già scritto quello che è scaturito dalla strage commessa da Stephen Paddock durante il concerto country. La stampa democratica, o, più chiaramente antitrumpista, ha immediatamente trovato un colpevole nella politica del presidente degli Stati Uniti sulle armi: lui che, ultimo presidente dopo Reagan, aveva deciso di recarsi al convegno delle più importanti lobby sulle armi Usa, la Nra. In quel meeting, Trump fu estremamente chiaro: “Vi prometto che, come presidente, non interferirò mai con il diritto del popolo di possedere armi. La libertà non è un regalo del governo, ma un regalo di Dio”. Un regalo di Dio, quindi, e come tale intoccabile, soprattutto perché codificato in quel famoso emendamento costituzionale che fa del possesso delle armi una delle anime dell’America profonda.
Negli Usa nulla è come sembra. Per questo vogliamo andarci:
questo il programma
Il sostegno a The Donald nasce anche in quel segmento degli Stati Uniti. E non è un caso se il tycoon abbia da subito messo in chiaro che le armi non sarebbero state un problema per la sua amministrazione, in risposta a chi chiedeva di essere meno repressivo rispetto alla precedente amministrazione Obama. Tuttavia, anche in questo caso, non è possibile non osservare la doppia morale della stampa nei confronti delle armi, a seconda di chi occupa la Casa Bianca. La distinzione manichee fra buoni e cattivi, negli Stati Uniti, e in particolare sul tema delle armi, lascia il tempo che trova. I democratici non si sono mai veramente impegnati contro il possesso delle armi e, se anche lo avessero fatto, quelle armi usate da Stephen Paddock sono illegali da trent’anni negli Stati Uniti. Si può imporre una restrizione sulla libera circolazione delle armi, perfetto, ma non si può ancora pensare di risolvere il problema della criminalità soltanto con le leggi. Non esiste regola di diritto che possa bloccare sul nascere l’intento omicida di una persona, soprattutto se decide di compiere una strage già prevedendo l’uso di un’arma illegale. E noi in Italia, così come in Europa, dovremmo saperlo, dal momento che non viviamo nell’Eden e le morti attraverso l’uso di pistole, fucili e mitragliatrici avvengono quotidianamente. Oggi, accusare Trump di aver sospeso la repressione contro l’uso libero delle armi, è quantomeno in malafede.
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Maria Giovanna Maglie, per Dagospia, è stata cristallina nell’indicare questa doppia morale. “Perché non ci spiegano come mai Barack Obama, che ora twitta commosso, e tutti si commuovono con lui e con la sua amatissima moglie Michelle, non ha emesso sull’argomento ordini esecutivi, come ha fatto con molte altre vicende difficili da decidere in Congresso, anche a costo di sforare i limiti imposti dalla Costituzione?” scrive nel suo articolo per il sito. E questa domanda deve riecheggiare come un monito per tutti quanti decidono con troppa superficialità di additare colpevoli e vittime all’interno di un dibattito che, negli Stati Uniti è molto più complesso di quanto lo è in Europa. L’aumento delle stragi in America non è un dato che si può comprendere con i cambiamenti di amministrazioni. Con il “pistolero” Reagan ci sono state cinque stragi in tutti gli Stati Uniti. Con il “buon” Barack Obama ce ne sono state 17. Eppure sembra che si sia già deciso di dare la colpa ai repubblicani ed erigere un monumento alla presunta stretta sulle armi del presidente Obama.
Il fatto è che il compimento di mattanze di questo genere, in America, è qualcosa che avviene costantemente. E sono decine, forse anche di più, i sociologi, i criminologi e gli psicologi che hanno voluto dare una spiegazione a questo fenomeno così tragico e così difficile da comprendere fino in fondo. La libertà nel possesso delle armi sicuramente non aiuta, questo è evidente. Ma non può essere esclusivamente questo il problema. Paddock ha commesso una strage in un concerto – tra l’altro un concerto country, quindi già non particolarmente mainstream come sarebbe stata la strage in altri contesti – usando un’arma illegale. La regolamentazione esisteva, non è stata utile. E se domani un’altra persona prende un auto e investe qualcuno, non si può evitarlo, neanche con le leggi più repressive. Siamo di fronte a un problema profondamente irrisolvibile, ma, tutt’al più, contenibile in alcuni ambiti. Ha avuto ragione Trump, dunque, quando ha detto che non è il momento per discutere sulle armi? È stato politicamente scorretto? Ha voluto dare un segnale di amicizia alle lobby delle armi? O è stato molto più assennato di tanti altri che hanno sempre detto di fare qualcosa, ma che in fondo non hanno voluto fare nulla?
Forse l’unica cosa che si può fare è andare a vedere con i nostro occhi. Ed è quello che faremo
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