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Nazionalismi

Se la Russia è sempre meno una Federazione

L’entità di Repubblica Federale assunta dalla Russia dopo la caduta dello Zar, prima come Repubblica Federativa Socialista di Russia e poi con l’assetto post-comunista attuale, ad oggi rischia di fare un passo indietro sensibilmente rilevante. Dopo il 1991, quando i...

L’entità di Repubblica Federale assunta dalla Russia dopo la caduta dello Zar, prima come Repubblica Federativa Socialista di Russia e poi con l’assetto post-comunista attuale, ad oggi rischia di fare un passo indietro sensibilmente rilevante.

Dopo il 1991, quando i presidenti di Russia, Bielorussia e Ucraina annunciarono lo scioglimento ufficiale dell’Unione Sovietica, i soggetti federali presenti all’interno dell’immenso territorio della Federazione Russa, con tutte le questioni annesse alla presenza di numerose minoranze etniche, hanno trattato con il governo centrale per riuscire ad ampliare il più possibile la propria autonomia governative, mantenendo con Mosca un numero esiguo di vincoli. Ciò accadeva in un periodo di grande difficoltà economica per il Paese, dopo il fallimento del Piano Gaydar e la smobilitazione di tutto l’apparato economico di stato.





Date le numerose difficoltà economiche, la corruzione e la difficoltà nella raccolta dei tributi, a partire dal 1998 Putin, rimpiazzato Shakhray in qualità di vice capo dell’amministrazione presidenziale, riprese a negoziare i rapporti dei vari soggetti federali con la capitale del Paese, andando a sanare quelle posizioni debitorie di alcuni enti locali, nonché limitando sensibilmente i poteri dei governatori locali, anche in maniera coercitiva. Dunque, i rapporti tra il governo centrale e i vari soggetti appartenenti alla Federazione Russa hanno modificato il proprio assetto per proseguire una strada di dialogo e di tenuta dell’apparato governativo complessivo, che talvolta si è scontrato con le aspre spinte autonomiste – sfociate anche in guerre col terrorismo islamico -, come nel caso della Cecenia e del Daghestan.

Una delle questioni più spinose sul panorama interno russo è sicuramente la situazione dei Tatari, il cui destino – non poco incerto e precario -, è stato sempre legato a doppio filo alla Crimea, ma soprattutto al Tatarstan, una repubblica appartenente al Distretto Federale del Volga, la cui capitale è Kazan.

Il Tatarstan ha una popolazione di circa 3,8 milioni di abitanti, di cui circa 2 milioni (53%) sono di etnia tatara. Il 32% della popolazione, altresì, aderisce all’islam, che è la fede numericamente più professata nella repubblica. Per ragioni etniche e storiche, quindi, la regione ha sempre rivendicato una maggiore autonomia rispetto a molti altri soggetti federali del Paese, ottenendo il 15 febbraio 1994 la firma di un importante trattato di “power sharing” tra Mosca e Kazan, accordando un elevato livello di autonomia politica, legislativa e fiscale alla repubblica tatara, a firma dell’allora presidente russo Boris Eltsin.

Gli articoli 2 e 3 di tale Trattato congiunto, ad esempio, delineano alcuni caratteri in cui la Repubblica del Tatarstan e della Federazione Russa hanno competenza esclusiva e concorrente, come ad esempio il diritto di sfruttamento delle risorse naturali, o la gestione delle relazioni economiche esterne. Tale accordo ha ottenuto un primo rinnovo l’11 luglio del 2007, e tutti gli estremi sono stati confermati per ulteriori 10 anni.

Il 25 luglio 2017, tuttavia, questo Trattato è scaduto, dunque non produce ulteriormente i propri effetti e, sebbene le autorità tatare stiano spingendo in un braccio di ferro con Mosca per un prezioso rinnovo, il Cremlino non sembra intenzionato a dare seguito a queste trattative. Il Tatarstan sarebbe quindi l’ultimo soggetto federale russo a perdere la propria ampia autonomia.

Le ragioni di questo passo indietro sembrano essere di natura politica ed etnica, prima ancora che giuridica. Il rinnovo di tale trattato, infatti, è avvenuto pochi mesi prima del riconoscimento delle Repubbliche di Abkhazia e Sud Ossetia, entrambe de jure appartenenti alla Georgia, de facto indipendenti, con una propria capitale, un parlamento e una valuta. In un panorama internazionale complicato, in cui il principio di autodeterminazione  dei popoli sembrerebbe essere diventato uno slogan da campagna elettorale, mette a dura prova la tenuta degli Stati, specialmente nei confronti di quei soggetti federali dotati di maggiore autonomia. Gli esempi di Catalogna, Scozia e Kosovo, ma anche un eventuale progetto in Kurdistan e il caso complicato della Crimea, pur nelle loro sostanziali differenze e peculiarità, costituiscono dei precedenti cui altri gruppi potrebbero attingere ed indurre una discontinuità territoriale. 

Il caso russo risulta di ancor più pregevole interesse proprio per il mosaico multietnico che costituisce la Federazione, da Kaliningrad ai territori della Kamchatka vi sono 22 repubbliche federali con altrettante nazioni titolari al loro interno. Secondo alcuni analisti, la ragione per cui le trattative sono bloccate è fare in modo di non fomentare il fuoco delle spinte autonomiste e centripete russe.

Il timore che si possa scatenare un effetto domino deriva dal fatto che il Tatarstan è stata l’ultima repubblica ad avere in forza un accordo di questo tipo, cosa che non è stata mai concessa neanche alla Cecenia, nonostante la grande autonomia concessa da Mosca a Kadyrov nella gestione della sicurezza della repubblica. Se ora, in un clima complicato, Kazan dovesse riuscire a strappare un ennesimo rinnovo, potrebbe attivarsi un effetto domino che rischierebbe di portare ad una disgregazione attorno al centro del potere russo.

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