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Politica

Cosa ci ha insegnato davvero il discorso di Trump alle Nazioni Unite

“Come presidente degli Stati Uniti, metterò sempre l’America al primo posto, proprio come voi, in qualità di leader dei vostri paesi  mettere e dovreste sempre mettere i vostri Paesi al primo posto”. Si potrebbe partire da questa frase del discorso...

“Come presidente degli Stati Uniti, metterò sempre l’America al primo posto, proprio come voi, in qualità di leader dei vostri paesi  mettere e dovreste sempre mettere i vostri Paesi al primo posto”. Si potrebbe partire da questa frase del discorso di Donald Trump all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per comprendere l’impatto che questa presidenza americana potrà avere sul futuro delle relazioni politiche mondiali. C’è un presidente, il presidente degli Stati Uniti d’America, che ha ricordato a tutti i leader mondiali che lui penserà sempre prima di tutto agli interessi del proprio Paese. Per questo motivo è stato eletto alla Casa Bianca, e sarà questa la stella polare del suo percorso in politica estera. Un inno al sovranismo, al pensare prima a se stessi che però, per una superpotenza mondiale, si traduce inevitabilmente anche in un’imposizione di una propria linea sul mondo. E sul fronte della politica estera, quello che scaturisce è un sistema di valori ambiguo, privo di una vera prospettiva. Da una parte gli Usa penseranno a se stessi, ma, dall’altra parte, si ritorna alla politica degli “Stati canaglia” e alla retorica dell’America come potenza benefica. Il tutto però con delle difficoltà di fondo che lasciano perplessi soprattutto per la concreta attuazione di una tale forma di politica.

Donald Trump ha toccato tutti i punti della sua politica estera, in particolare Corea del Nord, Iran e Venezuela. Sulla Corea del Nord, il presidente Usa è stato chiaro: l’obiettivo è la denuclearizzazione della penisola e la fine delle provocazioni di Kim, anzi, di “Rocket Man”. Il presidente Trump non si è risparmiato negli attacchi al regime nordcoreano, “Nessuno ha mostrato più disprezzo per altre nazioni e per il benessere del proprio popolo rispetto al regime depravato della Corea del Nord”. Frasi che non sembrano essere il preludio di una guerra, ma più che altro la prova che Trump stia giocando al rialzo con Kim Jong-un, non comprendendo di fare proprio quello che voleva il dittatore nordcoreano: fare in modo che l’America rispondesse alle sue provocazioni con questo tipo di retorica minacciosa ma fuorviante.





E anche sul fronte iraniano, Trump continua categoricamente a escludere rapporti positivi con Teheran. Quando parla del governo iraniano, sembra quasi sentir parlare la rappresentate Usa al Palazzo di Vetro, Nikki Haley, acerrima nemica degli ayatollah e sostenitrice di ogni tipo di misura internazionale contro l’Iran e gli alleati di Hezbollah. Trump ha definito l’accordo sul nucleare “imbarazzante”, l’Iran una dittatura vestita di democrazia e ha confermato la sua visione del Paese come un fattore di destabilizzazione. “Piuttosto che utilizzare le sue risorse per migliorare le vite degli iraniani, i suoi profitti derivanti dal petrolio vanno a finanziare Hezbollah e altri terroristi che uccidono i musulmani innocenti e attaccano i loro vicini pacifici arabi e israeliani. Questa ricchezza, che giustamente appartiene al popolo iraniano, va anche a proteggere la dittatura di Bashar al-Assad, sostenere la guerra civile dello Yemen e minare la pace in tutto il Medio Oriente”. Frasi molto dure, che sicuramente hanno rinsaldato l’asse con Tel Aviv – e l’incontro con Netanyahu ne è stato la prova – ma rischiano di minare non solo i rapporti con Russia e Paesi mediorientali, ma soprattutto quelli con gli Stati europei che partecipano al tanto vituperato accordo con l’Iran e che vedono in Teheran un fondamentale partner commerciale. Accusare l’Iran di sostenere Assad e il terrorismo non è solo superficiale ma anche decisamente ambiguo: come ha ricordato Alberto Negri su Il Sole 24 Ore, “l’Iran con la Russia e Assad hanno sconfitto l’Isis e se non ci fossero stati i pasdaran iraniani e le milizie sciite il Califfato avrebbe messo Baghdad sotto assedio. Se avessimo aspettato gli americani quanti jihadisti sarebbero arrivati in Europa a farsi saltare con le cinture del kamikaze?”

Anche sul Venezuela, il presidente Trump è stato chiaro: se Maduro continuerà così, gli Stati Uniti e il mondo occidentale non potranno stare a guardare: “Come un vicino e amico responsabile, noi e tutti gli altri abbiamo un obiettivo. Questo obiettivo è quello di aiutarle il popolo venezuelano a riconquistare la propria libertà, recuperare il proprio Paese e ripristinare la propria democrazia”. Un messaggio che sembra essere traducibile solo in un modo, e cioè che Maduro debba cedere il potere. Altre soluzioni non sembrano essere state messe sul tavolo, almeno nel discorso di The Donald.

Quello che ci si domanda, a questo punto, è cosa possa realmente cambiare dopo il discorso di Trump. In realtà, va detto che questa retorica minacciosa e pregna di esportazione dei valori del patriottismo americano, non sembra avere, almeno per ora, una traduzione concreta. Il presidente Usa può stringere il cappio delle sanzioni sulla Corea del Nord, ma non può dichiararle guerra senza mettere a repentaglio il suo sistema di alleanze. Non può dichiarare guerra all’Iran, per evidenti motivi politici e militari e perché rischierebbe di isolare gli Stati Uniti e non l’Iran. Non può muovere guerra al Venezuela, perché rischierebbe di provocare la reazione del mondo latinoamericano e l’intervento in sede Onu di Russia e Cina. Ma soprattutto manca la prospettiva sul futuro. Trump sa quali sono i suoi nemici, ma quali sono le soluzioni che offre? Per ora, realisticamente, non ce ne sono.

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