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Guerra

Quegli interessi nascosti della Cina dietro lo sterminio dei rohingya

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha denunciato pubblicamente la tragedia dei rohingya, esortando le autorità birmane a mettere fine alle operazioni belliche nello stato occidentale di Rakhine contro la minoranza musulmana. Operazioni che hanno ricevuto lo sdegno...

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha denunciato pubblicamente la tragedia dei rohingya, esortando le autorità birmane a mettere fine alle operazioni belliche nello stato occidentale di Rakhine contro la minoranza musulmana. Operazioni che hanno ricevuto lo sdegno e la condanna del mondo occidentale e in particolare di tutto il mondo islamico, unendo, forse per la prima volta, il mondo sciita e sunnita, dopo gli anni di guerra in Medio Oriente. Durante l’apertura dei lavori dell’Assemblea generale a New York, Guterres ha voluto ricordare a tutti i leader presenti che “un circolo vizioso di persecuzione, discriminazione e repressione violenta ha causato la fuga di oltre 400mila persone mettendo a rischio la stabilità delle regione”. Le parole di condanna del leader dell’Onu, arrivate a poche ore dalla richiesta ufficiale delle Nazioni Unite al presidente Aung San Suu Kyi di fermare ogni violenza, sono state seguite, per la prima volta dopo mesi, dalle parole della stessa leader del Myanmar. Il premio Nobel per la pace ha rotto il silenzio nei confronti delle violenze tra esercito nazionale e minoranza musulmana, affermando di condannare ogni sorta di violazione dei diritti umani contro le minoranze e confermando la preoccupazione del governo per l’esodo della comunità rohingya.

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La domanda che tutti si pongono, e si sono posti, riguardo questa tragedia umanitaria è, come sempre, perché l’Onu non abbia agito prima, condannando apertamente il Myanmar durante l’inizio delle operazioni belliche. E come sempre, la ragione è da ricercare nella struttura delle Nazioni Unite, che, di fatto, consegna alle potenze mondiali la capacità di decidere dell’azione dell’Organizzazione in base ai loro interessi nazionali. Perché anche in una tragedia umanitaria come questa, gli interessi nazionali delle superpotenze non sono secondari. E in questo senso, il fatto che la Cina non abbia condannato il governo del Myanmar per quanto riguarda la repressione dello Stato del Rakhine, parlando di “affari interni” del governo, è indicativo di cosa ci sia dietro una tragedia umanitaria come questa e degli interessi internazionali che l’accompagnano. “La posizione della Cina riguardo agli attacchi terroristici di Rakhine è chiara: è solo un affare interno”, ha dichiarato l’ambasciatore cinese in Myanmar, Hong Liang, secondo quanto riportato dal Global New Light of rohingya, “i contrattacchi delle forze di sicurezza birmane contro i terroristi estremisti e le azioni del governo per fornire assistenza al popolo sono ben accolti”. Parole che contrastano apertamente con quelle di condanna a livello Onu e che non devono tuttavia sorprendere.

Lo Stato di Rakhine, infatti, è al centro di uno dei più importanti progetti industriali della Cina nel sud-est asiatico. Dopo aver acquisito enormi quantità di terreni grazie alle operazioni di land-grabbing, che hanno spogliato la popolazione locale di molti terreni destinati all’uso agricolo, il governo di Pechino ha, infatti, dato avvio a un progetto di acquisizione del porto di Kyaukpyu nell’ambito dell’ambizioso progetto del One Belt One Road. Stando ai documenti che ha ottenuto Reuters, un consorzio guidato dal gruppo cinese Citic ha proposto di prendere una quota tra il 70 e l’85% del porto, per un valore di circa 7,3 miliardi di dollari. Per la Cina, avere il possesso del porto nel Bengala è di fondamentale importanza strategica. Kyaukpyu è il terminale di un oleodotto e di un gasdotto che portano gas e petrolio dal Medio Oriente in Cina attraverso un percorso alternativo allo stretto di Malacca. Ottenere il controllo di questo terminale è dunque fondamentale per la diversificazione dell’approvvigionamento energetico cinese, così’ come per gli esportatori di petrolio e gas verso la Cina, che utilizzano questo terminale evitando i rischi del passaggio nel collo di bottiglia di Malacca, da tempo in preda alla pirateria e alla militarizzazione internazionale.

Per il governo di Pechino diventa dunque essenziale che il governo birmano abbia il pieno controllo della regione. E non è un caso che la stampa cinese – in particolare il Global Times – abbia negli ultimi giorni iniziato una campagna di sostegno nei confronti del presidente Aung San Suu Kyi, mentre il mondo occidentale iniziava a ricredersi sulle doti del Nobel per la pace. La Cina non può permettersi una regione destabilizzata in uno Stato in cui non solo ha interessi diretti a livello economico, ma che è conteso anche dalle partecipazioni economiche indiane. Inoltre, il fatto che questa minoranza sia musulmana implica per la Cina due problemi ulteriori, sia interni che esterni. Da un punto di vista interno, sostenere le rivendicazioni dei rohingya equivarrebbe a dare legittimità a quella della minoranza uigura nello Xinjiang, cosa che la Cina ha sempre negato in radice. Dall’altro lato, la capacità degli Stati Uniti di inserirsi nel contesto delle ribellioni di matrice islamica, soprattutto dove è possibile trovare fattori di crescita del terrorismo, è una minaccia alla sfera d’influenza cinese nel sud-est asiatico.  

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