Barack Obama è stato l’artefice del “pivot to Asia”, cioè di una svolta geopolitica sul continente asiatico. La questione era legata a doppiofilo con il TTP, il trattato trans-pacifico che poi Trump ha stralciato. L’obiettivo dell’allora presidente degli Stati Uniti d’America, era rilanciare commercialmente la partnership con alcune nazioni. Soprattutto con la Cina. L’altro aspetto centrale del “pivot”, furono le politiche di contenimento militare previste dagli strateghi dell’amministrazione democratica. Ma le rivendicazioni territoriali di alcune nazioni non smisero di esistere. Come si legge ne “Il mondo di Obama”, un libro curato da Paolo Magri, vicepresidente esecutivo dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, Bonnie Glaser, il Senior Advisor for Asia e Director of the China Powe Project CSIS, dichiarò che la svolta obamiana non aveva attenuato, come è sottolineato nel capitolo di Axel Berfosky, “l’asservità cinese” nei confronti di alcuni territori del Mar Cinese Meridionale. Questione che è tutt’ora aperta. E anzi, molti commentatori ritengono pacificamente che l’equilibrio cercato da Obama in quei mari, abbia contribuito a spostare l’asse strategico in favore delle nazioni asiatiche da contenere. La svolta, per dirla in breve, non funzionò. E il mancato funzionamento riguarda anche quello che sta accadendo in questi mesi con Kim Jong-Un e la crisi coreana.
Barack Obama, prima di lasciare la Casa Bianca, ha avvertito Donald Trump della pericolosità della minaccia coreana. Ma com’è possibile che in otto anni di presidenza, l’allora POTUS non abbia definitivamente messo mano alla questione? Evidentemente esistono delle responsabilità politiche in merito. Nei confronti della Corea del Nord, Barack Obama ha utilizzato una strategia geopolitica che, genericamente, potrebbe essere definita “repubblicana”, in quanto tesa all’isolazionismo e ai provvedimenti punitivi. Sanzioni e isolamento, insomma, sono state le principali contromisure adottate nei confronti di Pyongyang. Il sistema missilistico coreano, poi, ha subito una serie di cyberattacchi, ma poiché Kim Jong-Un continua a lanciare missili minacciando la pace mondiale, è lecito ipotizzare che questi attacchi non siano stati così efficaci. La radice del problema è, anzitutto, rintracciabile nella dimensione cui l’amministrazione Obama relegò il dossier su Kim: come si legge in questo articolo di Limes, la “marginalità” dell’attenzione posta su Kim ha influito sulla mancata risoluzione di questa grana internazionale. L’escalation delle provocazioni di Kim, poi, ha un’origine precisa: il Leap Day Agreement stipulato da Stati Uniti e Corea del Nord, stabilì l’interruzione del programma nucleare e missilistico della Corea, in cambio di 250 tonnellate di cibo che gli States si obbligavano a fornire a Pyongyang. Ma il 15 aprile 2012, in occasione del centenario della nascita fondatore della patria Kim Il-sung, la Corea effettuò un lancio missilistico commemorativo. A questo punto, l’amministrazione americana considerò nullo l’accordo precedentemente stipulato, iniziando quell’opera di isolamento che ha poi contribuito a rendere la Corea una minaccia globale. E al riguardo, sempre sullo stesso pezzo di Marco Milani su Limes, si legge: “Invece di voltare la testa dall’altra parte, come molti esperti avevano consigliato, l’amministrazione Obama ha deciso di calcare la mano, promuovendo una risoluzione di condanna del Consiglio di Sicurezza a gennaio, la 2087.” E ancora: ” Il 2013 si è così aperto sotto i peggiori auspici. Da qui il circolo vizioso che ha portato dapprima al test nucleare del 12 febbraio, il quale di per sé non ha modificato di molto gli equilibri in campo, e, in seguito, alla risoluzione 2094 e alla recente escalation”. Il resto è storia dei nostri giorni. Il presidente del dialogo, insomma, reagì con mano ferma a quella che sarebbe potuta rimanere una mera esigenza di carattere commemorativo. Nessuno, del resto, è in grado di stabilire se l’apertura di un canale diplomatico con la Corea, quello che Barack Obama ha dapprima cercato e poi abbandonato, avrebbe potuto evitare le attuali e ormai continuative provocazioni di Kim Jong-Un. Quello che è possibile stabilire, di rimando, è che la strategia geopolitica di Obama sulla Corea non abbia avuto gli effetti desiderati. Il premio Nobel per la pace nel mondo, quello delle “7 guerre”, in Corea non ha voluto nè combattere nè dialogare. E per ora, l’annunciata svolta in Asia ha contribuito a produrre, tra i suoi effetti, un bel grattacapo per tutti i leader internazionali odierni.
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