In questo periodo turbolento e profondamente segnato da una conflittualità latente che ricorda il concetto espresso da Papa Francesco sulla “Terza Guerra Mondiale a pezzi”, la comunità internazionale assiste in maniera evidente a un cambiamento di gerarchie e di ruoli che determinano una sensazione perenne di transizione rispetto ai granitici blocchi del secolo scorso. Ma in questa sensazione, figlia del passaggio al multipolarismo mondiale, c’è una tendenza inequivocabile che va osservata e compresa, e cioè lo spostamento del nucleo geopolitico dall’Occidente all’Asia. Il continente asiatico è interessato oggi da guerre e conflitti latenti in ogni sua parte, salvo rare eccezioni dovute in gran parte alla vastità di alcuni Stati. La sponda occidentale è incandescente e quella orientale allo stesso modo. Il sud è in fibrillazione e il centro, con l’infinita guerra in Afghanistan, sembra quasi essere il nucleo di questa dinamica internazionale intorno cui ruotano tutti gli altri eventi bellici.
Non c’è solo la guerra, ovviamente, a far sì che l’Asia sia considerata il polo geopolitico del XXI secolo. Sono gli stessi Stati emergenti a ridefinire il ruolo di questo continente e a mostrare, senza prova contraria, che questo sarà il secolo dell’Asia e, probabilmente, del ritorno di Paesi, un tempo Imperi, che per molti decenni, se non più di un secolo, l’Europa e l’America hanno pensato di poter comprimere o di tenere a freno. Di fatto, quello che si è vento a creare nel corso di questi ultimi anni, non è tanto una nascita di nuovi soggetti politici, ma una rinascita d’imperi che per millenni hanno costruito i destini del mondo. Partendo dalle coste occidentali dell’Asia, non si può per esempio negare come la Turchia stia rientrando nei giochi politici mondiali e lo stia facendo, grazie ad Erdogan, con una visione marcatamente neo-ottomana, proprio a voler riprendere gli antichi fasti e legami storici con la Sublime Porta. Oggi Erdogan presenta la Turchia non solo come una potenza emergente economicamente, ma anche come un attore politico e militare in grado di influenzare i conflitti mediorientali e di avere una proiezione geopolitica molto più vasta di quanto ci si potesse aspettare. E lo sta facendo, inevitabilmente, sganciandosi dall’Occidente, da quell’Europa che per anni ha voluto considerare come approdo e dagli Stati Uniti, cui è congiunta dall’appartenenza alla Nato.
Assistiamo all’ascesa della Repubblica islamica dell’Iran, e nella sua politica estera non si può non rivedere un afflato della Persia, quasi un revival di un impero dei Safavidi, con un’estensione politica – oggi economica e culturale – che abbraccia anche gli odierni Iraq e Siria e che inizia a tessere le proprie trame anche in un Paese insidioso e difficile come l’Afghanistan anche tramite le comunità sciite. La geopolitica dell’Iran non è diversa, sotto molti aspetti, a quella dell’antica Persia: ricerca di una via verso il Mediterraneo e contenimento/dialogo con la Cina e l’India sulla via della Seta. Per ora, sembra ci stia riuscendo: la mezzaluna sciita da Teheran al Libano, passando per Iraq e Siria, e consolidata con la guerra al terrorismo dello Stato islamico, altro non è che un ritorno di fiamma verso lo sbocco al Mediterraneo che ha da sempre contraddistinto la strategia persiana
Si assiste poi a una graduale affermazione, pur con alcuni limiti, della nuova India, dopo secoli di colonialismo e di decenni d’isolamento politico ed economico. Oggi l’India è un Paese estremamente complesso, ma il potenziale demografico ed industriale legato a una quantità enorme di manodopera a basso costo rendono questo Stato uno degli attori del prossimo futuro del mondo, nonostante probabilmente abbia perso quella finestra di sviluppo che invece altri hanno sfruttato, e che avrebbe permesso a Nuova Delhi di aprire la strada a un’evoluzione socio-economica molto più forte. Resta il fatto che il potenziale bellico, in particolare legato al suo arsenale atomico e missilistico, oltre alla quantità di persone arruolabili nelle forze armate, inducono a non poter considerare questo Paese come un attore di secondo piano. Nei prossimi decenni, l’India dovrà iniziare a muoversi se non vuole rimanere esclusa dalle dinamiche del mercato mondiale, e, inutile negarlo, Cina e Pakistan sono i due Stati verso cui si rivolgerà il suo senso di ribellione, perché entrambi le chiudono la via terrestre verso il nord del mondo.
Infine, per quanto riguarda la Cina, è abbastanza evidente che ci troviamo di fronte all’inizio di un secolo che sarà fortemente caratterizzato dalla crescita dell’influenza cinese del mondo. La Nuova Via della Seta è probabilmente la conferma concreta di un progetto su ampia scala che prevede finalmente l’uscita di Pechino dai suoi (immensi) confini per estendersi nel mondo non solo più come gigante industriale ma anche come attore fondamentale della politica mondiale. Da tempo la Cina ha iniziato a tessere una fitta rete d’interessi con cui ha legato a sé i Paesi emergenti dell’Africa e sta sviluppando una rete di basi militari sulle sponde dell’oceano Indiano, dal porto di Gwadar, in Pakistan, a Gibuti, fino alle Maldive. Un “filo di perle”, come viene spesso definito il progetto politico della Cina che vuole espandere la sua influenza sul Sudest asiatico e farla arrivare fino al Corno d’Africa.
In questo contesto, il grande sconfitto sarà l’Occidente. Queste potenze mondiali, infatti, vedono sempre con maggiore disincanto la presenza delle forze occidentali all’interno del continente asiatico, e la Russia, anello di congiunzione fra Europa ed Asia, si sta sempre più spostando verso il cosiddetto blocco eurasiatico, lasciando che l’Europa segua il suo corso e si avvii in quel limbo in cui ora vive e da cui non sembra uscire. La realtà, purtroppo per l’Occidente, è che il XXI secolo, iniziato con i vessilli occidentali in Medio Oriente e in Asia Centrale, quasi a voler dimostrare la superiorità politica e culturale dell’asse atlantico ed europeo, si stia trasformando nella palude di questa parte del pianeta e nella rinascita delle altre superpotenze. Cosa che da sempre contraddistingue la storia umana: ogni superpotenza viene soppiantata da un’altra. Vuoti di potere non esisteranno. La sfida che attende il continente europeo e quello americano, quantomeno settentrionale, è enorme. Da una parte, riuscire a risolversi imponendo un nuovo sistema di politica sia interna che estera, dall’altra, fare i conti con quello che sembra l’ineluttabile destino dei ricorsi storici e il ritorno di antichi imperi che si credevano ormai nei libri di storia.



