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La Turchia cambia anche il sistema dell’intelligence ed Erdogan assesta un altro durissimo colpo alle istituzioni del Paese: i servizi segreti passeranno sotto il diretto controllo della presidenza della Repubblica. È questo il punto fondamentale dei due decreti legge approvati grazie allo stato d’emergenza in vigore dai tempi del fallito golpe del 15 luglio del 2016. Come ha confermato lo stesso premier Binali Yildirim all’agenzia di stampa Anadolu, “il presidente disporrà dei servizi segreti”.

Secondo quanto affermato dal premier, li decreti sarebbero in realtà l’attuazione della riforma costituzionale scaturita dall’approvazione del referendum del 16 aprile scorso, e non una novità della politica di Erdogan delle ultime settimane. Ma questo, sinceramente, non sembra diminuire affatto il valore simbolico, politico ma anche culturale di questi nuovi provvedimenti del governo. In particolare, questo valore è ulteriormente rafforzato se si pensa che insieme alla riforma dell’intelligence, sono stati emessi altri due decreti che hanno rispettivamente chiuso due periodici filo-curdi e autorizzato il licenziamento di 928 dipendenti pubblici accusati di essere in qualche modo collegati al rete di Fetullah Gülen. 928 dipendenti, fra cui centinaia di militari, ministeriali, accademici e dipendenti delle amministrazioni comunali, che si uniscono ai 14mila lavoratori delle pubbliche amministrazioni già rimossi dai loro incarichi per le stesse ragioni.





L’opposizione turca si è opposta duramente alla riforma dell’intelligence. Il segretario dei repubblicani del Chp, Kemal Kilicdaroglu, ha denunciato “l’utilizzo personalistico” dello stato di emergenza importo da Erdogan, che ritiene sia utile soltanto per rafforzare la posizione del sultano. La deputata repubblicana Safak Pavey ha dichiarato ad Agi che in Turchia è in atto “una graduale occupazione del potere da parte di un unico uomo”. E i motivi di queste denunce sono abbastanza evidenti.

Il Millî İstihbarat Teşkilâtı (MİT), in italiano “Organizzazione di Informazione Nazionale”, rappresenta un’arma formidabile nelle mani di un presidente. E proprio per questo motivo, prima della riforma costituzionale, l’impianto istituzionale prevedeva che fossero il Parlamento, ed anche il governo, ad avere il controllo dell’intelligence. Adesso non sarà più così: Erdogan sarà l’unico a decidere se i servizi d’intelligence potranno riferire in Parlamento delle loro attività. Non solo, il presidente turco avrà ampi poteri di controllo sulla raccolta delle informazioni sia all’interno che all’esterno del Paese.

Il Mit potrà raccogliere informazioni sulle forze armate e sul personale del ministero della Difesa: un cambiamento importante se si pensa che prima era qualcosa che rimaneva all’interno dei ranghi militari e non spettava all’intelligence questo controllo. Erdogan avrà in mano poi un nuovo potere, molto importante per l’equilibrio istituzionale: sarà lui a poter autorizzare tutte le azioni giudiziarie contro il direttore del Mit. Potere che prima apparteneva al Primo Ministro. In caso di rifiuto da parte del presidente, il pubblico ministero potrà fare ricorso al Consiglio di Stato, entro 10 giorni dal ricevimento del rifiuto.

La riforma dell’intelligence s’inserisce nel quadro delle riforme costituzionali approvate da Erdogan per modificare la struttura della Turchia, rendendola una repubblica presidenziale in cui di fatto il presidente svolge ruoli al limite dell’assolutismo. Il fatto che i servizi segreti siano nelle mani del presidente rappresenta un tassello estremamente importante nel complesso mosaico costruito da Erdogan.

La personalizzazione della repubblica, con il potere concentrato nelle mani di una sola persona, costituisce un vulnus importante della democrazia turca, con conseguenze anche sui già fragili rapporti tra Unione Europea e Ankara, ma anche nel rapporto sempre più complesso con il sistema Nato. I rapporti fra Stati, soprattutto fra alleati, si costruiscono anche sulla capacità degli ordinamenti di trovare delle analogie con l’altro, in modo che i vari organi di cui si compongono possano confrontarsi con omologhi di cui si comprende la reale efficienza. Da oggi, rapportarsi con l’intelligence turca equivarrà a rapportarsi con Recep Erdogan, e dunque potrà sorgere tranquillamente il sospetto che non si sta trattando con lo Stato turco, ma direttamente con il presidente, che potrà usare la rete di sicurezza per i propri fini politici.

Sostituire uno Stato con una persona comporta rischi ben più profondi di quelli semplicemente culturali (fra l’altro già evidenti). Quando le intelligence occidentali e delle grandi potenze del mondo si confronteranno con il Mit, lo faranno come organo di sicurezza o come organo politico? La risposta, considerata la riforma, sembra purtroppo scontata. E i rischi per la sicurezza mondiale, non faranno altro che aumentare.

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