È arrivata un’altra doccia fredda per Donald Trump. Questa volta a mettere i bastoni tra le ruote al tycoon sono stati due personaggi esterni al suo entourage. Trattasi di Janet Yellen e Mario Draghi, presidenti rispettivamente della Federeal Reserve e della Banca Centrale Europea.
L’occasione è stato il simposio annuale di economia politica che dal 1982 viene organizzato dalla Federeal Reserve Bank di Kansas City nella località di Jackson Hole. I due principali banchieri al mondo più che dare indicazioni sulle loro mosse future hanno preferito sottolineare le azioni che, secondo loro, non devono essere intraprese dalla politica.
La difesa del Dodd Frank Act
Janet Yellen ha infatti apertamente difeso l’impianto legislativo costruito dall’amministrazione Obama a seguito della crisi finanziaria 2007/2008. La numero uno della FED fa riferimento dunque al Dodd–Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act. Quest’ultimo era divenuto legge federale il 21 luglio del 2010, proprio dietro la spinta decisiva del Presidente Obama. Se, almeno nelle intenzioni, tale legge voleva tutelare i consumatori, nei fatti però non v’è riuscita. Come riportava infatti l’Huffington Post “la Dodd Frank ha come obiettivo dichiarato ma non realizzato quello di vietare il trading proprietario e cioè di applicare la cosiddetta “Volcker Rule”, che si propone di evitare che le banche utilizzino i depositi dei clienti per fare trading sui mercati finanziari con operazioni rischiose”.
Inoltre la Dodd Frank manteneva il principio del “too big to fail” per le banche ritenute troppo importanti a livello sistemico e che quindi in caso di rischio fallimentare dovevano essere salvate dall’intervento della Fed e del bail-in. Su tutto questo impianto legislativo aveva intenzione di metterci le mani proprio l’amministrazione Trump, come dichiarato da Gary Cohn, numero uno del National Economic Council della Casa Bianca, lo scorso febbraio. Se la Yellen ha deciso di andare a muso duro contro le intenzioni di Trump, non meno diplomatico è stato il discorso di Mario Draghi.
Draghi teme il protezionismo
Anche nel suo caso sono state molto scarne le indicazioni relative al futuro programma della BCE. Così dopo aver ribadito la necessità di continuare il Quantitative Easing finché non verrà raggiunta la soglia del 2% dell’inflazione (ora fissa all’1,3%), Draghi lancia il suo anatema contro la Casa Bianca. “Gli scambi commerciali aperti sono minacciati. Uno dei temi che l’economia globale si trova ad affrontare è se il trend verso una maggiore apertura dei mercati che ha caratterizzato gli ultimi tre decenni si sta avvicinando alla fine. Ci vuole maggiore cooperazione multilaterale in grado di rispondere ai timori di sicurezza ed equità”.
Ecco dunque scoperto lo spettro che tormenta il capoccia della BCE: il protezionismo. In realtà con quest’affermazione Draghi non vuole solo avvertire il dirimpettaio d’oltreoceano, ma anche le velleità protezionistiche del “gruppo di Visengard”.
Un altro potere forte blocca il programma di Trump
Trump dunque scopre di avere le mani legate non solo dal Pentagono e Wall Street, ma anche dalla Federal Reserve e dalla Banca Centrale europea. Il tycoon dopo aver rinunciato alle promesse isolazioniste, dietro spinta del Pentagono, ha poi dovuto abbandonare il progetto di smantellamento dell’Obamacare, bocciato dal suo stesso Partito. Adesso Donald Trump potrebbe essere costretto ad abbandonare l’ennesima promessa elettorale, ovvero la revisione del Dodd Frank Act, e riporla nell’ormai colmo cassetto dei “vorrei ma non posso”.
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