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Guerra

Il futuro della Siria adesso passa per Idlib

Il futuro della Siria passa anche per Idlib. Una città diventata ormai tristemente famosa per essersi convertita, nelle ultime settimane, nel bastione di Al Qaeda in Siria. Idlib non è soltanto il centro del terrorismo nel nord della Siria, ma...

Il futuro della Siria passa anche per Idlib. Una città diventata ormai tristemente famosa per essersi convertita, nelle ultime settimane, nel bastione di Al Qaeda in Siria. Idlib non è soltanto il centro del terrorismo nel nord della Siria, ma un vero e proprio esempio di quanto questo conflitto abbia invertito i ruoli, cambiato i parametri di guerra, sciolto alleanze e consolidato le collaborazioni internazionali. Nel cantone di Idlib c’è tutta la guerra in Siria, le sue certezze e le mille contraddizioni. Qui i ribelli si sono trasformati in terroristi, l’opposizione appoggiata dai turchi si è trasformata per l’Occidente in Al Qaeda, e la provincia, da ultima roccaforte della ribellione siriana, si è trasformata in un laboratorio sul futuro del terrorismo islamico in Siria e sui suoi sostegni a livello internazionale. Nei negoziati di Astana, Idlib è stata inserita come una delle quattro zone di de-escalation concordate da Iran, Russia e Turchia, ma il percorso appare tutt’altro che semplice, e sembra che i problemi siano attualmente di tale portata da far temere che, almeno per quest’area, la guerra sia un qualcosa di ineluttabile. A confermarlo è stato lo stesso ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, a margine del vertice ASEAN di Manila. “Presumiamo che Iran, Russia e Turchia, così come altri attori, compresi gli Stati Uniti possano avere un’influenza su tutti i miliziani ed i gruppi armati, esclusi i terroristi” ha detto il capo della diplomazia di Mosca, che ha infine aggiunto che “se utilizzeremo simultaneamente l’influenza su certi attori, penso che sarà trovato il compromesso che porterà al cessate il fuoco”.





In queste parole, Lavrov ha sostanzialmente espresso tutti i problemi della guerra di Siria e della stabilizzazione delle zone di de-conflitto. Il messaggio è chiaro: ci sono attori internazionali che influenzano i miliziani ribelli e che possono decidere della loro vita come della loro morte, sia politica che militare. Senza coordinamento, in altre parole senza l’accordo che si desista dal finanziare e armare il gruppo ribelle, Idlib non sarà pacificata, ma continuerà a essere territorio di guerra. Il problema è che oggi Idlib non ha più l’opposizione filoturca al comando, armata ma quantomeno collocabile all’interno dell’influenza di Ankara, ma è divenuta nel tempo l’ultima piazzaforte dell’islamismo radicale nell’ovest della Siria.

E mentre Deir Ez Zour è diventata la capitale de facto dello Stato Islamico, Idlib si è trasformata nella capitale di Al Qaeda, l’organizzazione rimasta nell’oblio durante il conflitto, cambiando sigle e nomi, ma che adesso è rinata chiaramente nella provincia. Fino a qualche mese fa, Idlib poteva tranquillamente essere considerata la capitale dei ribelli filoturchi, e Ankara sembrava anche disposta a cederne il controllo ai russi – e quindi abbandonare i ribelli della città lasciandoli al loro destino – pur di avere rassicurazioni su Afrin e sui curdi. Uno scambio che significava fare in modo che siriani e russi sconfiggessero definitivamente l’ultima grossa sacca di resistenza jihadista nella Siria occidentale. Il problema è che ora Idlib si è trasformata nell’ultima provincia jihadista e sta diventando il collettore di tutti gli islamisti in rotta nelle varie aree del Paese da cui si può raggiungere la città.

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L’assenza del controllo turco sulla ribellione di Idlib e la conquista della città per opera del (fu) Fronte Al Nusra, ora di Hayat Tahrir Al-Sham, in sostanza Al Qaeda, ha sconvolto i piani di tutti. Perché se prima ci si aspettava la de-escalation dell’area, avendo la Turchia partecipato attivamente ai negoziati di Astana, ora la situazione è che Idlib si è sostanzialmente resa autonoma da Ankara, e ha reso di fatto impossibile per Mosca e Damasco, ma anche per Hezbollah, evitare di puntare le armi sulla città e riflettere su un’ultima avanzata contro lo jihadismo in Siria. Paradossalmente, era proprio la ribellione filoturca di Ahrar al-Sham a rappresentare una garanzia per il futuro della stabilizzazione della provincia. Adesso, con gli Stati Uniti che hanno abbandonato il programma di finanziamento ai ribelli siriani e i turchi spodestati dal controllo della città, la de-escalation zone di Idlib resta un punto interrogativo in cui si animano i dubbi su buona parte del futuro della Siria. Sarà l’ultima grande battaglia per la sconfitta dell’islamismo, come a Raqqa e Deir ez Zour; oppure si riuscirà a trovare un accordo evitando altre bombe sui civili ma con il rischio di non vedere eliminato definitivamente il problema jihadista? Domande che per ora non sembrano trovare risposte, e cui sembra non sia riuscito a trovarle neanche uno dei grandi artefici del mosaico siriano: Sergej Lavrov.

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