Nei primi anni della guerra di conquista del Califfato, la stampa mondiale rimase colpita dalle immagini che arrivavano dai più importanti siti archeologici dell’Iraq e che mostravano bande di miliziani del Daesh distruggere statue, monumenti, musei, e tutto quanto rappresentasse il passato mesopotamico e romano. La comunità internazionale ha più volte rilevato come fosse essenziale fermare il prima possibile la devastazione dei maggiori centri archeologici iracheni, che rappresentavano non solo il patrimonio culturale del Paese, ma patrimoni culturali mondiali da preservare di fronte alla barbarie del Califfato. Tuttavia, mentre molti, forse troppo rapidamente, hanno indicato l’Isis come animato da una volontà distruttiva per imporre la propria visione salafita contraria alle raffigurazioni tipiche dell’arte mesopotamica, oppure animato dal desiderio di abbattere la cultura del passato per innestare la propria, altri, più attentamente, hanno individuato un altro fattore chiave nella scelta del saccheggio dei centri archeologici: il contrabbando.
Il contrabbando di opere d’arte trafugate negli scavi e nei siti archeologici iracheni è stato, per molto tempo, una delle fonti di finanziamento del Daesh. Una delle tante, forse non la più importante, ma sicuramente un’entrata non irrilevante. Il mercato nero delle opere trafugate, secondo stime dell’Unesco, ha fruttato alle casse dello Stato Islamico una cifra che si aggira intorno ai 250 milioni di dollari. Con la devastazione dei siti archeologici e dei musei, l’Isis non ha solo distrutto molte opere d’arte, ma le ha anche prese e vendute, o anche distrutte e poi vendute in frammenti, alimentando un mercato enorme, che arriva in Occidente. In un certo senso, i finanziatori dello Stato Islamico nella devastazione del patrimonio culturale iracheno e siriano siamo stati proprio noi occidentali, che rappresentiamo il bacino d’utenza più importante per questo tipo di commercio.
L’ultimo episodio che dimostra quanto questo mercato sia esteso a tutto il mondo e quanto l’Occidente e i suoi alleati ne siano complici, è quello denunciato dalla procura del distretto Est di New York, che ha denunciato la catena Hobby Lobby di aver acquistato tra il 2010 e il 2011 migliaia di oggetti trafugati dall’Iraq. Si tratta di oggetti preziosissimi, che vanno da tavolette di cerca con i caratteri cuneiformi ad ampolle, vaso, anfore e frammenti di statue. Secondo le informazioni date dalla polizia a The Atlantic, e riprese poi dalla CNN, i pezzi sarebbero giunti negli Stati Uniti tramite contrabbandieri che operano in Israele e negli Emirati Arabi Uniti. Nella denuncia, sarebbero inseriti i nomi di altri due commercianti d’arte di cittadinanza israeliana e un altro emiratino, i quali sarebbero tutti implicati in una rete di commercio di opere d’arte trafugate in Medio Oriente.
Secondo quanto riportato dalla polizia di New York, un rappresentante della catena Hobby Lobby sarebbe andato direttamente negli Emirati nel 2010 per ispezionare una grossa quantità di oggetti artistici. Nonostante gli avvertimenti di indagare sull’origine degli artefatti, perché troppo strana sia l’ingente quantità sia la loro apparizione nel mercato degli oggetti d’arte proprio durante l’espansione del Daesh in Iraq, la catena statunitense volle assolutamente continuare nell’acquisto, staccando un assegno da 1,6 milioni di dollari per un totale di circa 5500 oggetti provenienti dalla Mesopotamia. Con queste accuse, la procura di New York è riuscita a infliggere alla catena statunitense una multa di tre milioni di dollari, e l’obbligo di consegnare i pezzi d’arte in modo da ricollocarli il prima possibile nei musei d’origine, o, data l’impossibilità, nei depositi americani.
Nonostante la legislazione statunitense sia effettivamente molto severa sull’importazione di opere d’arte, se si pensa che dal 2004 è fatto assoluto divieto di introdurre nel Paese qualunque oggetto proveniente dall’Iraq, il mercato nero, sul continente americano, è ormai molto radicato, ed è difficile riuscire a colpirlo in modo definitivo, poiché ormai vive esclusivamente su internet. Il problema fondamentale, tuttavia, resta quello del depauperamento culturale dei Paesi d’origine, in particolare Iraq e Siria, che vedono il loro patrimonio storico, prima distrutto e poi venduto in ogni parte del mondo. La situazione economica e politica in cui si ritrovano entrambi questi Stati, esclude che Damasco e Baghdad possano iniziare una ricerca mondiale di opere d’arte e soprattutto intraprendere una campagna di richieste ufficiali di consegna dei propri tesori rubati. L’intervento della comunità internazionale, in questo caso, sarebbe quantomeno fondamentale. Tuttavia, il numero di milioni di dollari che circola intorno a questo mercato, rende abbastanza evidente che gli ostacoli per porre fine a questo sfregio siano innumerevoli. Eppure, anche questo settore, cioè quello delle opere d’arte, rappresenta una tappa di grande importanza per la ricostruzione della Siria e dell’Iraq, perché vorrebbe dire non soltanto ridare a questi Stati un proprio patrimonio artistico, ma anche, e soprattutto ridare a questi Stati la dignità che hanno in eredità da una storia millenaria e che il terrorismo e i suoi finanziatori hanno voluto devastare.



