Cosa accadrà all’indomani della vittoria contro l’Isis in Siria ed in Iraq?Mentre l’esatta timeline ed il costo per sconfiggere fisicamente l’Isis non sono chiari, è ragionevole supporre che l’organizzazione terroristica (in costante transizione da convenzionale a guerriglia) perderà il controllo del suo califfato nei prossimi due anni. Tuttavia, la perdita fisica del territorio, non garantirà la stabilità in Iraq ed in Siria, ne impedirà la nascita delle future organizzazioni jihadiste. La sfida più grande, infatti, è quella di sviluppare una strategia politica- economica globale ed integrata che possa tradurre queste vittorie militari operative in risultati sostenibili per una stabilità a lungo termine nella regione. Gli eserciti moderni garantiscono praticamente le future vittorie sul campo di battaglia contro i gruppi terroristici, ma senza gli accorgimenti strategici, Stati Uniti, Russia, Iran così come tutti gli altri attori presenti sul campo saranno probabilmente condannati ad una guerra perpetua in Medio Oriente. L’Isis ancora oggi esercita effettivamente il controllo su meno del 7 per cento del territorio iracheno, mentre continua a perdere terreno in Siria. L’Isis è in difesa strategica, almeno per quanto riguarda la sua capacità di operare come proto-stato che esercita il dominio ed il controllo di una particolare area geografica. Tuttavia, queste vittorie militari ricordano le precedenti esperienze in Afghanistan ed Iraq. Il punto focale è sempre il medesimo: senza una strategia sostenibile che guarda oltre l’impegno militare a breve termine, le vittorie militari in Iraq e Siria si tramuteranno nell’ennesimo antefatto per il prossimo successore che emergerà dalle ceneri dell’Isis.
Il problema più grave che affronta oggi il Medio Oriente arabo è una crisi di legittimità politica interna. I governi arabi non hanno semplicemente affrontato le esigenze sociali, politiche ed economiche di base del loro popolo. Molti di questi paesi sono testimoni di elevati livelli di disoccupazione, corruzione, povertà ed intensificazione della repressione politica. È questo senso generale di disperazione, risentimento, umiliazione e frustrazione che consente alle ideologie radicali violente di diffondersi.
Il terrorismo come problema strategico: evitare l’errore ciclico
Dopo la fine del colonialismo europeo, tutte le strutture nazionali e gli stessi confini creati dalle superpotenze, iniziarono lentamente a collassare. Quel caduco status quo (imposto con le armi dagli occidentali) scatenò potenti forze centrifughe che sciolsero quel collante che teneva insieme popolazioni di etnia e religione diversa. Quel processo di Occidentalizzazione fu inghiottito dall’antico malcontento, ingiustizie, frustrazioni settarie e violenze di ogni genere di milioni di persone: musulmani sunniti, sciiti, alawiti, cristiani e le grandi popolazioni curde etniche nel nord della Siria e dell’Iraq. La storia è ricca di eventi ciclici: i medesimi, questi ultimi, si ripresentano con attori diversi. Saddam Hussein ed i sunniti (minoranza nel Paese) trucidarono migliaia di sciiti (la maggioranza nel paese). Dopo aver rimosso Saddam e sradicato le sue strutture dal partito Baath, Washington costituì un nuovo governo fondamentalmente controllato dagli sciiti. Questi ultimi, naturalmente, ignorarono le esigenze ed i diritti dei sunniti. Così mentre da un lato l’esercito americano stentava a controllare ancora il paese, dall’altro i radicali sunniti si ritrovarono sotto la bandiera di al-Qaeda, in Iraq, contro le forze USA, i sunniti moderati e la maggior parte degli sciiti. Il 2011, con l’uscita di scena degli USA, è considerato un anno cruciale per al-Qaeda. Proprio in quell’anno, l’organizzazione terroristica fece proseliti nelle regioni sunnite dell’Iraq, evolvendosi nello Stato Islamico, organizzazione estremista che si alimentò anche del vuoto creato dalla guerra civile nella vicina Siria.
Appare evidente per porre fine al caos Medio Orientale sarebbe opportuna quella auspicata ed a più riprese proposta piattaforma di stabilità politica che preveda da un lato il reinsediamento delle grandi popolazioni fuggite dalle guerre in Iraq ed in Siria e dall’altro una serie di compromessi e concessioni che in centinaia di anni non sono mai state garantite.
Le potenze straniere potrebbero e dovrebbero coordinare gli organismi internazionali e regionali commerciali e finanziari per la creazione di uno Stato di diritto. Prerequisito imprescindibile, sarà l’impegno delle comunità locali nella creazione di programmi di stabilizzazione sostenibili plasmati sulle esigenze reali del popolo. Il terrorismo è un problema strategico, non una patologia stagionale.
L’insurrezione
Alla perdita del controllo fisico del territorio, l’Isis si evolverà in insurrezione. La perdita fisica di un territorio limiterà sia la capacità economica che quella di reclutamento massiccio, ma la natura fortemente decentralizzata del gruppo assicurerà una presenza costante nel tempo. La macchina di propaganda è già da tempo all’opera per raffigurare le perdite territoriali come un compimento delle profezie. L’Isis utilizzando la narrativa apocalittica, spiega che Dabiq è ovunque e non più geograficamente localizzata. Tradotto significa che l’Isis attende ancora la resa dei conti e che la profezia non è ancora compiuta. Per il terrorismo jihadista, il territorio fisico in senso stretto è un’idea, mentre le sconfitte sono semplicemente prove per determinare la fede di un vero credente.
Altri gruppi che si ispirano alle visioni radicali dell’Islam emergeranno dalle ceneri dell’Isis. Molti sono già attivi in Siria ed in Iraq. Altri emergeranno per colmare il vuoto di potere. Questi gruppi hanno il proprio territorio ed imparato dai fallimenti dell’Isis nel rapporto con le popolazioni locali, così come i successi ISIS in linea. Proprio come al Qaeda, l’Isis sarà un modello strategico per i futuri gruppi jihadisti. Il terrorismo è un cancro che si adatta ed evolve nel tempo. Senza una opportuna comprensione delle dinamiche in atto e quella necessaria strategia sostenibile a lungo tempo, l’Occidente sarà destinato ad una guerra perpetua in Medio Oriente.
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