Nel corso dei primi mesi del 2017, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni hanno compiuto importanti visite in Russia e Cina che hanno contribuito a definire l’importanza attribuita dall’Italia alle relazioni con questi due importantissimi Paesi nell’ottica dell’interesse strategico nazionale. Interesse nazionale che, come riportato da Lucio Caracciolo nell’editoriale d’apertura all’ultimo numero di Limes interamente dedicato al nostro Paese, molto spesso non è stato adeguatamente considerato dai governi di Roma nel corso degli ultimi decenni. “L’Italia”, scrive Caracciolo, “è un Paese strategico che rifiuta di esserlo. Dopo più di un secolo e mezzo, il nostro Stato unitario resta un adolescente geopolitico. […] Fra l’essere e il non essere, questo Paese preferisce esser stato. Disposto a spezzarsi pur di non piegarsi alla necessità di partecipare allo strategico mercato della potenza sulla base dei propri interessi”. Ogni progresso va di conseguenza iscritto a bilancio sotto il segno delle attività: in tal senso, i viaggi di Mattarella e Gentiloni hanno rappresentato importanti punti di partenza per il rilancio delle prospettive dell’Italia in aree del mondo dall’elevata pregnanza strategica. La rimozione delle sanzioni a Mosca, il rilancio della cooperazione economico-politica con la Russia e la partecipazione alla “Nuova Via della Seta” a stampo cinese rappresentano importanti opportunità che Roma deve saper vagliare con attenzione.Il fatto che la partecipazione di Gentiloni al Belt and Road Forum e la visita del Presidente del Consiglio a Vladimir Putin nella dacia di Sochi del Presidente della Federazione Russa abbiano preceduto di poche settimane l’inaugurazione del vertice del G7 di Taormina rappresenta un messaggio politico di primaria importanza: unico paese del G7 presente con i suoi leader a Pechino, l’Italia al tempo stesso ha assunto il compito di presentare di fronte al consesso le istanze di una Russia ritrovatasi ai ferri corti con numerosi dei Paesi occidentali, ma al tempo stesso desiderosa di completare un riavvicinamento che, nei confronti dell’Italia, inizia a essere suffragato dai dati, che mostrano un interscambio bilaterale accresciutosi del 28% nei primi mesi del 2017 rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente. Il governo Gentiloni volge gli occhi all’Eurasia, e ne ha giustificati motivi: le prospettive aperte dalla potenziale crescita della connettività e dell’interscambio economico veicolate dalla Belt and Road Initiative vedono il nostro Paese oggetto di un interesse di primaria importanza, come su Gli Occhi della Guerra si aveva avuto modo di parlare in precedenza. Se l’Italia sarà in grado di sviluppare una politica infrastrutturale al livello delle ambizioni della Belt and Road Initiative, la partecipazione al progetto, valorizzata dall’adesione del nostro Paese all’Asian Infrastructure Investment Bank, potrebbe fruttare lauti dividenti e, al contempo, accrescere la competitività di scali portuali come Genova e, soprattutto, Trieste e Venezia, considerate hub di primaria importanza nella visione cinese. Ciò garantirebbe, di converso, un’ulteriore incentivazione del riavvicinamento alla Russia, perno della “Nuova Via della Seta” e consentirebbe all’Italia, in ultima istanza, di gettare una visione ad ampio raggio sul Mediterraneo, via d’acqua dall’importanza cruciale per Roma, “nostro grande richiamo e nostra grande maledizione”, per citare la prefazione di Fulvio Scaglione al saggio L’Italia nel Mondo, edito dal Circolo Proudhon.Le dimostrazioni di maturità dell’interesse nazionale italiano devono coniugarsi, per poter essere portate a compimento, a un approccio più efficace nei confronti dei partner e degli alleati dell’Unione Europea, della NATO e del G7, che consenta al Paese di superare quella che Caracciolo ha definito la “geopolitica del dono, esclusiva e specialità italiana”. Ovvero la condotta altalenante e inefficace che ha portato molto spesso i governi di Roma a non considerare prioritaria la necessità di segnalare le proprie istanze in campo internazionale, seguendo la deleteria logica secondo cui “il nostro interesse nazionale consiste nel non averne, salvo aderire a quello, tra gli altrui, che ci pare prevalente”. Logica, o meglio non-logica, che ha cavallo tra il XX e il XXI secolo ha portato a errori macroscopici come la partecipazione alle guerre di Jugoslavia, Iraq e Libia o l’incapacità di portare avanti richieste concrete per gestire in maniera efficiente la questione migratoria in sede comunitaria. Il vertice casalingo del G7 sarà un’ottima occasione per dare seguito a degli approcci oggettivamente positivi ma che, in futuro, dovranno essere seguiti da fatti e atti concreti. Nel frattempo, constatiamo con fiducia il fatto che, negli ultimi mesi, l’Italia abbia saputo condurre una politica estera accorta su diversi fronti e abbia dimostrato che, nel nostro Paese, parlare di “interesse nazionale” non è affatto una chimera.
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