Nel mese più lungo del 2017, quello che dal contestato referendum in Turchia al voto presidenziale iraniano del 19 maggio ha visto e vedrà importanti appuntamenti elettorali in Paesi dall’elevata rilevanza strategica, un’incognita non secondaria è rappresentata dall’imminente elezione sudcoreana del 9 maggio: dopo l’impeachment di Park Geun-hye al termine del più controverso scandalo politico che abbia mai interessato il Paese, la nazione si è trovata ad affrontare una situazione di vuoto di potere che da un lato ha ridotto le sue capacità operative nello scenario regionale, come sottolineato da Benjamin Lee sul The Diplomat, e dall’altro ha portato in emersione il ginepraio di contraddizioni su cui poggia la realtà socio-economica della Corea del Sud.
Contraddizioni legate in primo luogo alla controversa relazione in cui si trovano vincolati i grandi potentati economici, le chaebol come Samsung e Hyundai, e il mondo politico-istituzionale, inondato da un continuo afflusso di tangenti e profondamente influenzato dai rappresentanti di un sistema fortemente concentrato, che vede un complesso di 30 società accaparrarsi il 39% del reddito generato dal settore industriale. In questo contesto, la rimozione dall’incarico di Park Geun-hye da parte della Corte Suprema di Seul ha avviato un effetto slavina che, in poche settimane, ha portato la politica sudcoreana a risultare completamente stravolta: a pagare il prezzo più duro è stato, come prevedibile, l’ex partito di governo, la formazione destrorsa del Saenuri Party, che ha cercato in ogni modo di separare i suoi destini da quelli della presidentessa decaduta, la quale ora affronta la minaccia di una condanna all’ergastolo in sede penale, arrivando addirittura a decretare un tempestivo cambio di denominazione e a trasformarsi nel Liberty Korea Party per cercare di trasmettere una sensazione di discontinuità col passato. La mossa non ha pagato dividendi: i sudcoreani, infatti, non hanno perdonato alla leadership del centro-destra sudcoreano le sue responsabilità per la deflagrazione della gravissima crisi politica in una fase delicatissima per gli equilibri strategici della Penisola Coreana: nelle ultime, roventi settimane, infatti, la Corea del Sud è apparsa come un attore marginale nel suo scenario di riferimento, lasciando che fossero la Cina e gli Stati Uniti a discutere in maniera diretta le contromisure da applicare alle provocazioni nordcoreane e, soprattutto, abdicando alle pretese di una maggiore autonomia strategica vanamente coltivate da Park Geun-hye e dal suo governo. Il Presidente ad interim Hwang Kyo-ahn, non senza giustificati motivi, non ha preferito operare strappi radicali e ha preferito mantenersi in seconda linea mentre i rappresentanti di Washington, primi fra tutti il Segretario della Difesa James Mattis e il vicepresidente Mike Pence, esprimevano l’esaurimento della “pazienza strategica”; all’operatività garantita dalla recente espansione della flotta di Seul è stata preferita la copertura dell’ombrello anti-missilistico THAAD e, nel complesso, la Corea del Sud è apparsa, in maniera ancor più palese del suo vicino-rivale settentrionale, decisamente in balia degli eventi.I sondaggi, in vista del voto del 9 maggio, danno nettamente fuori dai giochi il candidato del Liberty Korea Party Hong Jun-pyo, accreditato dell’11,4% delle preferenze e del terzo posto nella graduatoria finale, privo di reali possibilità di successo. Inizialmente, sembrava che il candidato di maggior spessore per le elezioni sarebbe dovuto essere l’ex Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, che però a inizio febbraio ha dovuto recedere dai propositi di una corsa alla “Casa Blu” (il palazzo presidenziale di Seul) dato che gli opinionisti politici avevano iniziato a registrare la notevole avanzata, nelle intenzioni di voto, di Moon Jae-in, rappresentante del Democratic Party of Korea. Questi, con il 43,3%, guida i più recenti sondaggi e sembra esser diventato il grande favorito per conquistare la presidenza in un’elezione che, è bene ricordarlo, si strutturerà su un turno unico. Cattolico, 64 anni, Moon si fa portavoce di una posizione di aperta rottura con la leadership di Park Geun-hye: tra le sue principali proposte si segnalano un piano economico di 8,9 miliardi di dollari volto a rilanciare un’economia entrata in apnea attraverso il rilancio delle piccole-medie imprese e l’erosione dei grandi privilegi delle chaebol, l’implementazione di un pacchetto di misure anticorruzione e, misura simbolica ma di grande impatto, lo spostamento della sede della Presidenza al palazzo di Gwanghwamun, emblema del passato di Seul quale capitale della dinastia Joseon. Ma la proposta sicuramente più interessante di Moon Jae-in riguarda la politica estera e i rapporti futuri tra Seul, la Corea del Nord e gli altri attori regionali: come riportato da Business Insider, infatti, Moon Jae-in sarebbe interessato a favorire una distensione nei confronti di Pyongyang, un ritorno alla diplomazia della Sunshine policy perseguita a cavallo tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, un riequilibrio delle relazioni della Corea del Sud con Stati Uniti e Cina e una riduzione del dispiegamento del sistema THAAD nella Penisola, ritenuto pregiudizievole per i futuri rapporti con Pechino.In un’intervista rilasciata a Time, Moon ha dichiarato che in caso di elezione intende incontrare, nelle sue prime settimane di governo, tanto Donald Trump quanto Kim Jong-un per discutere con entrambi una road map per lo smantellamento dell’arsenale nucleare di Pyongyang in grado di assicurare la stabilità nel lungo periodo alla penisola coreana. La piattaforma elettorale di Moon Jae-in piace ai sudcoreani, che dopo gli anni turbolenti dell’era Park chiedono una fase di stabilità in grado di consentire al Paese di riprendere la sua crescita economica e politica; al momento, il suo avversario più accreditato appare il conservatore centrista Ahn Cheol-sool, staccato di oltre dieci punti nei sondaggi e capace di rimanere a galla grazie al travaso di consensi dal centro-destra del Liberty Korea Party, spiazzato e in completa crisi di identità.
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