A ventotto anni rischia di essere condannata a morte in Pakistan, con l’accusa di “aver insultato il profeta” Maometto. Il tragico racconto di Noreen Yousaf, ventottenne pakistana, che ha chiesto asilo politico in Italia, è l’ennesima testimonianza dell’ascesa del fondamentalismo islamico e dell’estremismo religioso ad Islamabad.Non c’è solo il caso, ormai noto in tutto il mondo, di Asia Bibi. Le violenze contro i cristiani, in Pakistan, sono ormai diffusissime, grazie alla legge sulla blasfemia, introdotta nel 1986, che limita drasticamente la libertà religiosa nel Paese. È proprio in base a questa disposizione del Codice Penale pakistano, che prevede la pena di morte o il carcere a vita per chi offende il Corano e il profeta Maometto, che Noreen è stata condannata a morte nel suo Paese. La ragazza, cristiana, è accusata, infatti, dalle autorità di Islamabad di aver contribuito alla stesura di un pamphlet contenente critiche proprio alla legge sulla blasfemia. E quindi di aver “insultato” Maometto e la religione islamica.Noreen Yousaf, laureata in Scienze dell’Educazione all’università di Islamabad, in Italia sta studiando per conseguire il dottorato, e collabora come volontaria per Aiuto alla Chiesa che Soffre, la fondazione di diritto pontificio che si occupa dei cristiani perseguitati nel mondo. Proprio ad ACS-Italia, Noreen ha raccontato come i cristiani, che in Pakistan sono una delle principali minoranze religiose, rappresentando poco più del 2% della popolazione, siano soggetti alle continue minacce degli estremisti islamici.“Nel giugno 2016 il pastore Qandeel della Full Gospel Assembly of Pakistan, una chiesa protestante locale, ha convertito al cristianesimo una ragazza musulmana a West Colony Jhelum, unendola in matrimonio con un cristiano di nome Nadeem”, ha raccontato la ragazza, “in Pakistan un musulmano può sposare una cristiana, ma se è una musulmana a sposarsi con un cristiano la società e la sua famiglia non lo accettano”. “Gli ulema incitano le folle contro i cristiani, e a soffrirne le conseguenze”, quindi, ha spiegato Noreen, “non è solo lo sposo, ma anche la sua famiglia e il suo quartiere”. Per questo, un mese dopo, “la polizia è entrata nel quartiere cristiano di West Colony”. “Non sono riusciti ad arrestare Qandeel”, racconta la giovane donna, ma “i musulmani locali”, arrivati assieme alla polizia, “hanno derubato e picchiato brutalmente uomini e donne cristiani, per vendicarsi del matrimonio tra un cristiano e una ragazza ex-musulmana convertitasi al cristianesimo”.Gli estremisti islamici hanno poi distribuito dei volantini per avvertire i cittadini che “avrebbero convertito all’Islam tutte le ragazze di West Colony, facendole sposare con i musulmani”. Noreen, per questo, decide di trasferirsi a casa di sua sorella, in una città distante 200 chilometri. Ma nonostante il trasferimento, poco tempo dopo le autorità islamiche decidono di condannare a morte la ragazza cristiana, accusandola di “aver insultato il profeta, scrivendo un libro sulla legge della blasfemia”. La giovane è riuscita a partire per l’Italia, dove ha chiesto asilo politico. E da qui denuncia il deterioramento della libertà religiosa nel suo Paese a favore di un fondamentalismo sempre crescente e sempre più radicato nelle istituzioni. “Se mi rivolgessi alla polizia chiedendo protezione e se registrassi io stessa la denuncia per le minacce ricevute sarei subito arrestata e condannata a morte”, ha spiegato Noreen ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, “per la legge sulla blasfemia, infatti, è sufficiente che sia un musulmano a denunciarmi, anche se l’accusa fosse falsa, per essere condannata a morte”.
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