Per anni Elvira Karaeva ha vissuto fianco a fianco con i jihadisti. Prima in Caucaso, poi nei territori controllati dallo Stato islamico. Elvira era una spia dei servizi segreti russi: l’Fsb. Il suo nome da infiltrata era “Sumayah”. Secondo le informazioni diffuse dai suoi capi avrebbe ucciso 8 islamisti: 7 uomini e una donna. Scrivono i jihadisti su Istok, la loro rivista: “I nostri fratelli mujaheddin e le nostre sorelle che l’hanno aiutata sono diventati martiri per mano sua”.”Sumayah”, ovvero Elvira, è stata uccisa dagli uomini di Al Baghadi e la sua storia è stata raccontata prima da Istok , la rivista in lingua russa dell’Isis, e infine è stata ipresa dal Corriere.Il lavoro della Karaeva è stato preciso e meticoloso: ha raccolto informazioni sensibili, fotografato le case dei jihadisti, depositi di munizioni e volti dei terroristi. Il tutto in segreto. Dividendosi tra forze islamiste e Fsb. Vicende che richiamano alla memoria Lo scudo e la spada.”Sumayah” si era sposata con un guerrigliero ceceno, copertura sicura per monitorare gli islamisti. Ha vissuto con lui per anni e, forse proprio a causa sua, si è trasferita nei territori controllati dalle bandiere nere e dove si trovano altri uomini dell’Fsb. È da qui che Elvira invia le informazioni più preziose, tanto da insospettire i terroristi.Viene presa e torturata, ma resiste. La sorvegliano, la rispettano (strano a dirsi), forse perché la stimano. Un capo islamista dell’Inguscezia prova a metterla in difficoltà attraverso una registrazione. “Sumayah” viene interrogata e torturata. Ma resiste ancora una volta. Gli islamisti sembrano crederle. Infine viene scoperta. Le fonti non dicono come. Dicono solo che Elvira è stata inchiodata con un “trucco”. Quale? Solo i jihadisti lo potranno dire. Un “fratello” musulmano le spara nella nuca, poi il suo corpo viene gettato in un deposito di rottami: “La giusta punizione per coloro che osano sfidare la religione di Allah”.
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